La figura del bambino-angelo che con la sua purezza è in grado di salvare e beatificare gli adulti più cinici e depressi, è un archetipo comune nella storia del cinema. Jesse, il giovane co-protagonista di C’mon C’mon, sembra svolgere una funzione simile nel film, ma la sua figura è meno pura di quella archetipica e il processo di redenzione che avviene con l’adulto in questione – suo zio Johnny – è più sfaccettato e mutuale. Jesse ci viene presentato come un bambino «intelligente e strano», con un pesante bagaglio emotivo da gestire, tutta una serie di tratti caratteriali eccentrici e poco rispetto per l’autorità degli adulti.
Di fatto, Jesse è un adulto nel corpo di un bambino: non ha amici della sua età, discute alla pari con “i grandi” ed è più interessato ai problemi sentimentali di Johnny che a farsi leggere la storia della buonanotte. Johnny d’altro canto, interpretato brillantemente da Joaquin Phoenix, è abituato a rapportarsi con i più giovani, grazie a un programma radio che conduce, dove intervista giovani adolescenti in varie città degli Stati Uniti, ponendo loro domande su temi come il futuro, le loro vite e le loro famiglie. Johnny si ritroverà a svolgere il ruolo di figura paterna nei confronti di Jesse, quando la madre di lui è costretta ad allontanarsi di casa per un’emergenza familiare. Così comincia una sorta di dialettica salvifica tra i due, che si incoraggiano vicendevolmente ad affrontare i propri nodi emotivi e disagi repressi, affrontando i propri sentimenti ad alta voce e punzecchiandosi con domande profonde.
Mike Mills confeziona così un tenero slice of life, arricchito da una pulitissima fotografia in bianco e nero e una straordinaria attenzione al sonoro. Il film è un coro di voci che riflettono sulla propria vita e sul senso delle cose, catturate limpidamente dal microfono di Johnny, che, come lui stesso spiega, è in grado di far emergere l’interiorità nascosta degli intervistati e di rendere immortale la mondanità della vita quotidiana. Le voci eternate dal microfono di Johnny sono infatti veri racconti di vita vissuta, dal momento che gli intervistati sono reali adolescenti e le loro risposte sono genuine riflessioni che contengono tutte le preoccupazioni tipiche di questa generazione. Uno dei temi più ricorrenti e, di fatto, il cuore filosofico del film, è infatti quello dell’incertezza per il futuro: la crisi climatica emerge più volte, ma anche la paura di restare soli e addirittura suggestioni su cosa potrebbe esserci dopo la morte.
Allo stesso modo, i personaggi di C’mon C’mon procedono nella vita a tentoni, senza sapere di preciso cosa stia succedendo e perché. Essere messi di fronte alla responsabilità di accudire un figlio diventa infatti un profondo esame di realtà: cercare di spiegare a un bambino come si stia al mondo permette di rendersi conto di come nessuno abbia realmente idea di cosa stia succedendo in questa esistenza, ma, ad ogni modo, bisogna pur continuare a vivere. Il film utilizza la suggestiva immagine di una parata carnevalesca per esprimere questa sua idea della condizione umana: in fin dei conti è tutta una grande festa, nonostante le incomprensioni, le malattie mentali, o l’abbandono di persone amate. Nulla di ciò che si pianifica avviene veramente, ma ognuno è comunque tenuto a interpretare la propria parte e, gioiosamente, ad andare avanti e avanti – o, per dirla all’inglese: «to c’mon c’mon».
Simone Coghi
