Un’insidiosa domanda a cui spesso un regista deve rispondere è: «come ti è venuto in mente?»; pensando al cinema di Michel Gondry – cineasta che di idee bizzarre al cinema ne ha realizzate parecchie – non sorprende che dopo aver dovuto snocciolare spiegazioni così tante volte alla fine abbia deciso di rispondere definitivamente a ogni futura intervista girando un film che prova a spiegare come può funzionare la sua mente, infervorata dalla necessità di raccontare. In che modo emerge il processo creativo e quanto è complicato dare dei contorni definiti a qualcosa di inafferrabile, la visione cinematografica di un autore che non vuole cedere a troppi compromessi?
È da questo punto di partenza – un gustosissimo battibecco tra regista e produttori – che prende il via Il libro delle soluzioni, matto metafilm ispirato a fatti rigorosamente non accaduti ma ben più verosimili di quanto siamo abituati a vedere nel cinema di Gondry. Non volendo venire a patti con i finanziatori del suo ultimo lungometraggio, Marc, protagonista del film, carica su un’auto tutti gli hard disk e i computer e insieme alla montatrice e ai suoi assistenti ripiega alle Cevennes, nella casa della zia. Lì proverà a terminare il suo lavoro, lontano dalle pressioni, in un ambiente familiare dove poter sfogare ogni sua ossessione registica.
Una delle scene che meglio risponde alla domanda da cui siamo partiti non riguarda tanto l’immagine quanto il suono: Marc ha bisogno delle musiche e decide di improvvisarsi direttore dell’orchestra che ha appena chiamato a registrare a casa sua; licenzia senza troppe cerimonie il direttore originario, eppure non ha mai preso in mano una bacchetta. Poco importa. Dalla sua apparente follia emerge una lucidità creativa che coinvolge tutti gli strumentisti e uno strato di caos alla volta Marc riesce a dirigere un’armonia di suoni in apparenza casuali ma che ben presto diventano spartito, musica capace di emozionare chi l’ascolta. La soluzione è arrivata, e non ce ne siamo accorti mentre accadeva.
Michel Gondry ha sempre giocato con il linguaggio cinematografico, mescolando animazione, virtuosismi scenografici e sceneggiature complesse – ha d’altronde collaborato con quel pazzo di Charlie Kaufman fin dal suo esordio con Human Nature nel 2001 e nel successivo Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello in italiano) – e ha anche parlato del funzionamento stesso del linguaggio umano con la chiacchierata fatta insieme a Noam Chomsky per il documentario sperimentale Is the Man Who Is Tall Happy? (2013). Il suo è un cinema che svela la finzione, mette a nudo i meccanismi artigianali con cui il cinema si materializza anche con pochi soldi e molte idee, fatto con le proprie mani senza riguardi per nessuno. Uno dei tratti che caratterizza Marc è il suo egocentrismo, la sua incapacità di vedere oltre alle sue inquadrature, la dove stanno gli altri personaggi, sempre pronti a rincorrere le sue irresistibili idiosincrasie e le sue follie meravigliose.
L’autoironia con cui Gondry riesce a raccontarsi l’ha spiegata bene alla giornalista Claire Cieutat: «Ho detto spesso alle mie attrici che era importante che rimanessero comprensive nei confronti di Marc, nonostante quanto irritante fosse il suo comportamento. Per me, l’unico modo per portare le persone ad accettarlo e volergli bene era che le altre interpreti lo guardassero e riuscissero a superare tutto ciò che subiscono da lui». E ne subiscono parecchie di angherie da un regista che non conosce il sonno ed è disposto a tutto per realizzare un film come vuole lui, senza cedere di un passo. Proprio come Gondry.
Francesco Lughezzani
