Trenque Lauquen è una cittadina argentina di 40.000 anime, situata nell’ovest della provincia di Buenos Aires. Sorta sul finire del XIX secolo, sperduta nelle umide vastità della Pampa all’incrocio delle strade nazionali 5 e 33, vista dall’alto è una perfetta scacchiera slabbrata ai bordi: un luogo di assoluta, quieta anonimia, in cui ogni parte equivale all’altra così come al tutto.
Un meccanismo narrativo potenzialmente inesauribile, come ben sanno lettori e lettrici di Borges, che ci ha insegnato come la vertigine dell’infinito – e il labirinto, suo simbolo – si generi nella topografia dimessa e modulare della biblioteca di Babele o del palazzo di Asterión.
Se invochiamo qui il nome del grande scrittore argentino, non è a caso, ma perché questi è il riconosciuto nume tutelare cui si è votato El Pampero Cine, collettivo cinematografico che da vent’anni, con ostinata e geniale indipendenza, sta riscrivendo le sorti della settima arte, non solo in America del sud. Lode, allora, ad Exit Media che ha raccolto la sfida di distribuire nelle sale italiane l’ultimo prodigio nato in seno a questa singolare casa di produzione: Trenque Lauquen di Laura Citarella è un’opera-mondo fra le più entusiasmanti viste di recente, in cui ambizione e fascino, sperimentale e popolare trovano una congiunzione che ha del miracoloso.
Difficile riassumere in poche parole la trama di questo film, suddiviso in due parti che superano ciascuna le due ore. C’è una studiosa, Laura, che scompare. Due uomini la cercano, il compagno e un collega, mentre le donne che l’hanno conosciuta sembrano non darsi pena di questa sparizione. Attraverso una costruzione non lineare del racconto, che procede per flashback, accelerazioni ed ellissi, scopriamo che Laura – arrivata a Trenque Lauquen per ricerche botaniche – si è imbattuta in almeno due misteri: un carteggio erotico occultato fra i libri della biblioteca locale e il recupero di una strana creatura, un “chiquito” o “yacaré”, dalle acque della laguna che dà il nome al paese.
Trenque Lauquen è un film di misteri e, insieme, un film misterioso, talmente gonfio di idee, suggestioni, storie, dettagli, ma anche di amore sconfinato per i propri personaggi e di fiducia nell’intelligenza del pubblico, da essere costretto a sfaldarsi in una moltitudine di generi, punti di vista, linee narrative. Per ammissione della stessa regista, che confessa un debito di partenza con L’avventura di Antonioni, Trenque Lauquen si articola su almeno tre assi: il road movie/detection, il feuilleton romantico, il fantastico. Quanto sulla carta correrebbe il rischio di presentarsi come un guazzabuglio inestricabile, si realizza invece nei 240 minuti complessivi di visione con assoluto nitore. Ed è qui che sta il miracolo di una pellicola in grado di depistare e insieme intrattenere lo spettatore fino all’ultimo fotogramma, lasciandolo forse con più domande di quelle che aveva in partenza, ma pago delle ragioni che la regista ha disseminato lungo il percorso.
Laura Citarella [Laura, come il nome della protagonista, dell’attrice che la incarna (Laura Paredes, anche sceneggiatrice), delle protagoniste in absentia di Twin Peaks e di Vertigine di Preminger] cesella immagini estremamente limpide e semplici, che si contrappongono alla ricchezza narrativa, nutrita di dialoghi, racconti, programmi radiofonici, canzoni, lettere, libri, fotografie, sempre preservando l’opacità del mistero: perché, qual è il mistero degno di questo nome, che, svelato, non verrebbe a perdere ogni fascino? Fine primo tempo.
Luca Mantovani
