Uno dei tanti poteri del cinema è quello di alterare la percezione degli spazi attraverso un insieme di varie soluzioni visive: cambi di ottiche, luci, movimenti di macchina. L’interno di una casa potrebbe ad esempio sembrare uno spazio neutrale, un luogo identificato dalle sue pareti, da un pavimento, dai mobili e così via. Oppure potrebbe essere animato da un “calore” umano e caratterizzato da uno spazio labirintico, in disordine, popolato da varie forme di vita e articolato in spazi più piccoli, inquadrati da vicino. Quest’ultima dimensione è quella percepita da uno sguardo dal basso: come quello di Sol, la bambina protagonista di Totem, secondo lungometraggio della regista messicana Lila Avilés.
Questa storia è tutta racchiusa tra le pareti di casa e si svolge nell’arco di un solo giorno. Sol, accompagnata dalla madre, arriva nella casa del nonno che ospita suo padre Tona, uomo vittima di una malattia che lo sta lentamente portando alla morte. Ruotando attorno a una serie di personaggi, familiari e amici legati a Tona, Totem mette in scena le dinamiche di un gruppo di persone (e anche non pochi animali) strette attorno a un personaggio sospeso tra la vita e la morte, ma con lo sguardo più rivolto alla seconda. Gli occhi di Sol ricercano il padre, per tutto il film, in un costante inseguire una pista invisibile che si dirama tra lei e il nuovo concetto di perdita, che si sta facendo spazio nella sua mente. Un processo che immaginiamo debba essere naturalmente doloroso, ma che la bambina protagonista vive piuttosto come un cammino un po’ spaesato, per quei tortuosi sentieri che attraversano il mondo degli adulti.
Ad essere filtrata dal suo sguardo è una quotidianità densa di problematicità, legate alle relazioni, a un gap generazionale, questioni finanziarie, superstizioni, uno strato di “cose da grandi” troppo complesso per essere elaborato e compreso da Sol, che racchiude ogni cosa in una domanda, rivolta all’intelligenza artificiale: «Quando finirà il mondo?». Come ogni bambino lei è una sensibile antenna emotiva, pronta ad affidare alla percezione e a sentimenti più puri la traduzione della realtà che la circonda. Questa prospettiva fa del film una riflessione sulla crescita, sulla fragilità umana, sulla morte. Ma in questo acerbo percorso di scoperta di Sol, che inesorabilmente la sta portando alla conoscenza della perdita, c’è anche la forte presenza di un elemento vitale, nella sua forma più grezza, materica, mutante, che diventa in effetti quasi palpabile, come in un fenomeno di evocazione spiritica.
Proprio come nelle parole di William Blake citate dalla regista come fonte d’ispirazione, Totem ci invita a «vedere un mondo in un granello di sabbia e un cielo in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel cavo della mano e l’eternità in un’ora». La casa è un mondo in miniatura che ospita figure, animali, luoghi, feste e persino demoni maligni. Il tema della malattia terminale non è centrale ma ripiegato su se stesso, ridotto a un punto interrogativo, o un punto di partenza, più che una conclusione. Per quanto l’intervento della seduta spiritica sia accolto da scetticismo, l’idea di un ponte tra viventi e mondo dell’aldilà sembra piuttosto essere rafforzato dalla spettrale presenza/assenza di Tona, una sagoma intravista tra le ombre, quasi invisibile o immateriale, come mostrano i tanti vani tentativi della figlia di vederlo o abbracciarlo nel corso della giornata, quasi la rievocazione di un mito antico.
Michele Bellantuono
