In una distesa desertica, ripresa tramite un campo lungo, una donna a cavallo raggiunge un’oasi. Qui, al posto di dissetarsi, la donna dà da bere il proprio latte materno alla fonte d’acqua, che si contamina di sfumature tendenti al viola. Questo colore, nel Cristianesimo, è associato alla purificazione, una tonalità che copre le vesti dei preti durante le liturgie prossime all’Avvento e alla Quaresima.
L’incipit criptico di Augure guarda al cinema western, ma a come lo penserebbe oggi Alejandro Jodorowsky. A ben vedere l’esordio alla regia di Baloji – musicista, stilista, artista concettuale – può essere visto sotto la chiave del genere americano per eccellenza, dato che ne possiede le generalità, seppur rilette sotto una chiave fortemente esoterica. Perciò la storia del ritorno in Congo, a Kinshasa, di Koffi, emigrato anni prima in Belgio, per presentare alla propria famiglia la moglie bianca incinta di due gemelli, assume ben presto forme e dinamiche della classica contrapposizione tra culture.
Il western d’altronde è anche questo: se nella frontiera statunitense lo scontro era tra i nativi americani e i coloni, nel film di Baloji è tra lo stile di vita europeo e quello di alcune comunità congolesi, un divario apparentemente inconciliabile. Koffi figliol prodigo – primogenito della famiglia – senza essere figlio prodigio è accusato di stregoneria, di possedere il marchio del diavolo ed è, di conseguenza, rifiutato e poi scacciato. La doppia identità culturale del protagonista funge da pretesto per mostrare le contrapposizioni del Congo, un paese immerso in un caos urbano dal quale è difficile uscire indenni. Ed è nel caos che Baloji – nome d’arte che in swahili richiama la stregoneria – immerge lo spettatore, tra riti sciamanici, scontri tra bande (ancora il western) e terre governante dall’anarchia.
Il susseguirsi disarticolato di situazioni sempre più grottesche rende Augure un film costruito come una grande matrioska, dove il passare del tempo è indice di un cambiamento di prospettiva, anche grazie alla coralità del racconto, verso un orizzonte che guarda al di là del solo punto di vista occidentale. Baloji si identifica in Koffi, ne conosce le preoccupazioni, i sentimenti, la rabbia. E così facendo, il “ritorno alle origini” del sottotitolo italiano diventa un’epopea dai tratti onirici verso la purificazione del proprio sguardo nei confronti della comunità che in tutte le sue contraddizioni lo ha cresciuto. Non è un caso perciò che Baloji decida di ambientare il suo esordio durante i giorni pasquali ricollegandosi all’incipit, ennesimo simbolo di un film che mischia il realismo magico ad abbracci liberatori e dove il confronto fra comunità da uno si fa trino: identitario, culturale e sessuale. Una liturgia cinematografica unica.
Emanuele Antolini
