Cari compagni!

2 giugno 1962: una data memorabile nella storia dell’Unione Sovietica, in quanto legata a un episodio sanguinario per lungo tempo forzatamente cancellato dalla memoria storica. Gli eventi accaduti in quel giorno costituiscono il soggetto del film Cari compagni! del regista russo Andrej Končalovskij. Siamo nell’era Chruščëv, a Novočerkassk, un importante polo industriale. Nella fabbrica di locomotive della città si applica una riduzione dei salari, che va a coincidere con un aumento dei prezzi di latte e carne, stabilito dal governo di Mosca. L’insieme di queste misure è la scintilla di una protesta corale, che smuoverà migliaia di lavoratori contro l’autorità centrale, provocando una dura reazione da parte del governo, che ordina a truppe del KGB di sparare sulla folla.

Grandi furono gli sforzi affinché l’episodio della strage di Novočerkassk rimanesse occulto, per quanto circolarono frammenti sparsi di testimonianze (alcune riportate nel celebre Arcipelago Gulag di Solženicyn). Končalovskij si trova dunque di fronte a una materia narrativa importante, una significativa ferita nella storia nell’Unione Sovietica. Il suo film resta tuttavia sospeso tra il racconto della grande e della piccola storia, secondo una sensibilità narrativa che troviamo qui così come in precedenti opere, come Andrej Rublëv (co-sceneggiato assieme a Tarkovskij). 

Končalovskij sceglie infatti un punto di vista specifico, quello di una donna, Lyudmila, madre di una giovane operaia (anch’essa coinvolta nella protesta) e assieme funzionaria del Partito. Un personaggio che diventa dunque vittima di un’aspra tensione, nel momento in cui l’affetto materno si deve scontrare violentemente con la responsabilità di fronte al potere, la cui violenza ha colpito sua figlia. In Cari compagni! si assiste alla messinscena di un articolato caos morale. La distinzione marziale tra bianco e nero precipita in un’area grigia, in personaggi come appunto quello di Lyudmila, oppure di Viktor, uno degli agenti del KGB addetti all’insabbiamento della strage. Così, mentre i fucili dei cecchini del KGB sparano proiettili letali tra le scariche a salve dell’esercito, le certezze della apparatčik Lyudmila iniziano a vacillare. Verso la fine del film, tramite l’espressione della sua protagonista, sono presenti molte domande che cadono nel vuoto, molti “perché” senza risposta. «Anche il fatto che viviamo nel socialismo è un’informazione riservata», dichiara cinicamente il generale dell’esercito, dopo aver fatto ricoprire d’asfalto la piazza sporca di sangue e aver coordinato l’organizzazione di una festa di ballo, a  “copertura” del massacro.

Il dramma della comunità resta comunque in una sorta di secondo piano, a un puro livello formale. Il film è girato in uno splendido bianco e nero e in un formato di ripresa quadrato, quello dei vecchi film hollywoodiani degli anni 30, che ne esalta maggiormente una dimensione drammaturgica, a scapito di quella corale, alla quale un simile episodio storico si presterebbe: presto, infatti, è il calzino bucato di una ragazza a diventare la cosa più importante per la disperata Lyudmila. Teso tra il linguaggio visivo del realismo socialista e quello del cinema drammatico americano, il film di Končalovskij colpisce in definitiva per la carica di umanità espressa dalla figura di questa madre, interpretata magistralmente da Julija Vysockaja, più che per l’autenticità con cui è rievocata la vicenda storica, sfondo di un dramma più privato, costruito splendidamente con una regia quasi coreografica, forse più vicina a un’espressività pittorica, che alla cinematografia realista.

Michele Bellantuono









Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

11 gennaio 2024

Regia

Andrey Konchalovskiy

Durata

116 min

Origine

Russia, 2020