Dinner in America

È un’insolita chimica, quella che il regista Adam Carter Rehmeier sperimenta nel suo ultimo film, Dinner in America. Al cuore del soggetto, il puro amore per la scena punk americana dei primi anni 90 e per quella filosofia del do it yourself condivisa dallo stesso regista in età giovanile, quando suonava in garage e cantine pur di fare musica. Il suo film è proprio un racconto punk, nel senso più autentico del termine. Perché punk è chi non accetta tutto ciò che fa parte delle “buone norme” sociali; punk è chi rifiuta l’autorità; punk è chi fa della propria diversità un vessillo. E dunque Simon (Kyle Gallner), uno dei protagonisti del film, è punk. Anche perché scrive pezzi e canta in un gruppo punk rock, assieme a compagni che, però, non condividono il suo stesso spirito ribelle. Il personaggio di Simon ci viene presentato nei primi minuti come un piromane, aggressivo e volgare. Dopo essere stato invitato a pranzo da una ragazza in una delle scene iniziali, l’incontro improvvisato con i genitori di lei scatena immediatamente una sorta di reazione immunitaria. Il clima è quello di un imbarazzante pranzo in famiglia. Quella di Dinner in America è palesemente fin da subito una rappresentazione grottesca della suburbia americana. I personaggi sono caricature in carne e ossa, mentre Simon sembra l’unico vero elemento autentico del gruppo. Quando raggiunto il limite di sopportazione scatena la sua furia incendiaria, per lo spettatore è una sorta di momento catartico di liberazione. Viene da pensare che da quel tavolo da pranzo vorrebbe fuggire chiunque.
Sicuramente lo vorrebbe Patty (Emily Skeggs) che, per quanto apparentemente non sembri ave- re niente in comune con Simon, in realtà condivide con lui una (segreta) passione per la musica punk e uno spirito esplosivo e creativo, represso a fatica dall’atteggiamento bigotto e ignorante dei genitori, che ancora una volta si manifesta a tavola. Il pasto in famiglia, la situazione quo- tidiana a cui fa riferimento il titolo, diventa qui la massima espressione della repressione e di- scriminazione familiare nei confronti di questi figli ribelli, ai quali si rivolge tutta l’empatia del regista che ne esalta, nel caos da loro scatenato, la dignità e il valore, contro i luoghi comuni del parentado.
Nella rispettiva fuga da questi nuclei familiari tossici, Simon e Patty finiscono casualmente per incrociare le proprie vite. Il loro legame, inizialmente labile e improbabile, diventa solido quando scoprono un’insospettabile affinità musicale. In un primo momento, per Simon il fatto di condividere gusti musicali con questa ragazza poco attraente e altrettanto poco brillante è inaccettabile. Ma presto arriva la consapevolezza che, in realtà, tutto ciò è proprio molto punk. Nasce così un’attrazione autentica tra i due, alimentata da una comune attitudine all’anticonformismo, arma necessaria per combattere il disgusto nei confronti di una comunità pulita solo nella facciata. Dinner in America è una vera e propria lettera d’amore alla scena punk, incarnata in queste due carismatiche figure di giovani che trovano la loro libertà attraverso la musica. Il film è infatti il racconto non solo di una inconscia ricerca reciproca (all’inizio non sanno che un legame intimo li lega), ma anche infine di un comune processo di creazione artistica. Da questa nasce una frizzante ballata, un inno pop-punk in cui si esprime tutto il romanticismo che il regista ha nei confronti della figura dell’outsider. Punk lives! 

Michele Bellantuono 

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

13 ottobre 2022

Regia

Adam Carter Rehmeier

Durata

1h46min

Origine

Usa, 2020