Lo specchio

Un ragazzo accende il televisore e assiste alla terapia di un uomo balbuziente. La sequenza successiva ci conduce nel paesaggio della campagna russa. Qui un forte vento spazza la radura di fronte a una dacha, tipica abitazione rurale. Sulla staccionata è seduta una donna bionda, vista di spalle. Un uomo le viene incontro, i due si scambiano alcune parole, lui le chiede una sigaretta e riparte in direzione della città. Andrej Tarkovskij, in quello che è senz’altro il suo racconto più intimo e sperimentale, tenta di far defluire il flusso dei propri ricordi sul grande schermo, usando la cinepresa come una sorta di macchina della memoria, attraverso cui l’interiorità si fa immagine. «L’immagine non è questo o quel significato espresso dal regista, bensì un mondo intero che si riflette in una goccia d’acqua», ha scritto Tarkovskij. Questa idea di un cinema in grado di essere “riflesso della vita” si esprime al meglio ne Lo specchio, opera dalla struttura narrativa non lineare, un flusso di coscienza che, grazie a uno straordinario lavoro di montaggio, rievoca scene legate all’infanzia del regista, alternate a manifestazioni oniriche e filmati di guerra. Le fasi della memoria attraversano il periodo bellico, partendo dalla metà degli anni 30 per arrivare fino alla contemporaneità, ma non vi è alcun filo cronologico: il montaggio alternato confonde costantemente queste linee temporali, così come l’utilizzo degli stessi attori in ruoli diversi. Gli interpreti della madre Maria e del giovane Alexei (alter ego di Andrej), ricoprono infatti rispettivamente anche il ruolo della moglie di Alexei adulto e del loro figlio, Ignat, nella dimensione temporale post-bellica. La madre anziana di Alexei ha invece il volto della madre del regista, Maria Vyshnyakova. «Sapevo solo una cosa, che continuavo a fare sempre lo stesso sogno del luogo in cui ero nato. Sognavo la mia casa. Ed era come se ci entrassi, anzi in verità non ci entravo, ma ci giravo tutto il tempo attorno». Lo specchio vibra di una potenza lirica e simbolica straordinaria. La cara dacha non è che lo stimolo di partenza attorno al quale gravita una narrazione a tratti autobiografica, a tratti universale. Il film raccoglie in sé la ricchezza di una vasta rete di citazioni e suggestioni. In esso compare la forza della natura, espressa dal vento, dalle fiamme, dall’acqua, elementi che abitano l’intera filmografia del regista. Protagonista è anche l’arte, Musa protagonista del cinema di Tarkovskij, che ad essa attribuisce il compito morale di avvicinare l’uomo alla salvezza. Infine, nel film risuonano i delicati versi della poesia di Arsenij, padre del regista, alternati da passaggi di musica classica (Bach, Purcell, Pergolesi). Esempio magistrale di un cinema che si eleva ad armonia poetica di immagini e suoni, intrecciando presente e passato attraverso il nesso complesso di un’interiorità immersa nella rievocazione del passato, Lo specchio resta negli annali della storia del cinema come uno dei film che più si è avvicinato alla rappresentazione sullo schermo di una coscienza (c’è chi ha detto “di un’anima”). «Per questo Tarkovskij è il più grande di tutti: ha inventato un nuovo linguaggio, fedele alla natura del cinema, catturando la vita come un riflesso, come un sogno», queste le parole di lode di un grande stimatore del cineasta russo, Ingmar Bergman. Lo specchio è un vero inno al potere suggestivo delle immagini, un’opera d’arte e poesia nata dalla geniale maestria di uno dei più alti pilastri del cinema.

Michele Bellantuono

Cinema Kappadue

21.00

Proiezione

26 maggio 2022

Regia

Andrej Tarkovskij

Durata

1h45min

Origine

Unione Sovietica, 1975