Tremila anni di attesa

Proiezione inaugurale della 77 Stagione 2023/2024 • PRIMA VISIONE

Esiste carriera più schizofrenica, eppure intimamente coerente, di quella di George Miller? L’autore australiano – perché di autore si tratta – nel corso di oltre quarant’anni ha costruito una filmografia magari non folta come quella di equivalenti colleghi, ma di cui si è assunto tutti i rischi (come regista, ma anche produttore e sceneggiatore) nel nome di una libertà creativa che gli ha permesso di passare senza soluzione di continuità dalla saga di Mad Max a quella di Babe e ritorno. Nel 2015, Mad Max: Fury Road deflagra universalmente come uno dei successi più travolgenti della stagione, imponendo nuovamente Miller all’attenzione della critica, che lo acclama unanime – persino i severi Cahiers inseriranno la pellicola fra le migliori dieci dell’anno.

Sorprende, allora, la disattenzione tutto sommato riservata al successivo Three Thousand Years of Longing, come Fury Road presentato e applaudito fuori concorso a Cannes. L’ultimo film di Miller è invece l’emanazione più personale di un fuoco creativo che non accenna a estinguersi, capace come pochi di piegare la sintassi del cinema popolare, padroneggiata con maestria chirurgica, a una materia narrativa densa e potenzialmente anti-climatica. Tremila anni di attesa, questo il titolo italiano, è infatti l’adattamento di un lungo racconto dell’autrice britannica Antonia S. Byatt, Il genio nell’occhio d’usignolo (Einaudi, 1995).

Se l’ossatura della trama resta la medesima, presentandoci una studiosa inglese che per accidente, a Istanbul, libera un Genio millenario per poi sottrarsi all’offerta dei canonici tre desideri, Miller se ne appropria audacemente, traducendo la scrittura ironica ed erudita di Byatt in una messinscena che viaggia indiavolata sui toni della commedia sentimentale e del fantasy, prima di condurci al sorprendente scarto finale. La comunione di intenti tra pagina scritta e film, però, non potrebbe risultare più salda: una fede cieca nel potere delle storie, inestinguibile impulso umano a narrare per relazionarsi con l’altro e col mondo.

Tremila anni di attesa si espande così in un doppio moto, orizzontale e verticale, dove la prima direttiva è occupata dal duello retorico/erotico ingaggiato tra la narratologa Alithea (Tilda Swinton) e il Genio (Idris Elba), la seconda dalle impennate corrispondenti ai tre racconti che l’essere mitico narra alla studiosa, elaborati come altrettanti flashback. Non sfuggirà che tutta questa parte del film, ambientata com’è nello spazio angusto di una camera d’hotel, diviene automaticamente riflessione sul cinema stesso, quale “mezzo magico” capace di espandere spazio e tempo oltre il limitato riquadro dello schermo.

Miller escogita ogni possibile trucco registico – insoliti punti di machina, plongée, carrellate avanti e indietro – per trascinarci nel carosello di storie, o piuttosto per scaraventare in sala i suoi personaggi fantastici, anche ricorrendo a effetti speciali digitali di gusto volutamente kitsch, come a evocare la meraviglia ingenua del cinematografo delle origini. 

È meraviglia che suscita passione, come insinua il longing del titolo originale (desiderio, attesa carica di bramosia), slittamento cruciale da “esprimere un desiderio” a “provare desiderio”. E ciò, nel cinema, non può che avvenire attraverso l’occhio, organo desiderante per eccellenza: gli occhi di Alithea (l’etimo del nome è più che un indizio) si chiudono-aprono quando rifiuta la prima apparizione del Genio, di nuovo si chiudono-aprono nel finale, ora con significato diametralmente opposto. Vedere, riconoscere, dunque amare.

Luca Mantovani

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

12 ottobre 2023

Regia

George Miller

Durata

108 min

Origine

USA, Australia, 2022