Siamo a Roma, tra case affittate da studenti universitari e rovine di monumenti abbandonati a loro stessi. L’azzurro, dunque, nella vita del protagonista Dario – Filippo Barbagallo che scrive e dirige il film interpretando anche il protagonista – è oltre la Città eterna, si situa nel fuori campo. E il fuori campo se non si conosce, giustamente, fa paura. L’azzurro è l’orizzonte della crescita, dell’età adulta o in una parola: responsabilità. Ma Dario, tra nevrosi à la Michele Apicella di Nanni Moretti, sfugge al richiamo dell’orizzonte preferendo invece la comodità del visibile. Vive a casa con i suoi genitori – sebbene il suo migliore amico gli chiede di condividere le spese di una casa – frequenta l’università senza particolare affanno e non ha mai avuto una storia d’amore a lungo termine. Perché ciò implica impegnarsi in una relazione fatta di compromessi, discussioni, decisioni da prendere e passi indietro da fare. La soluzione rimane una: scappare. Una soluzione però temporanea che porta con sé il dramma della solitudine e del rimorso. Dario è il perfetto esempio di una generazione (quella di chi scrive) a cavallo tra due mondi, figli della consapevolezza di un futuro tenebroso e di una realtà precaria. L’ansia, perciò, è dietro l’angolo e i comportamenti ultra cerebrali che nascono ne sono una diretta conseguenza. Certamente il protagonista ci mette del suo a sabotare ogni possibile legame con le due ragazze che conosce durante l’estate romana, ma dietro vi è la consapevolezza di una infelicità costante, proprio perché deriva da una precarietà emotiva contemporanea. Poco importano la famiglia sempre presente o gli amici, se il moto-cerebrale è come un disco rotto che si può aggiustare solo con delle gocce di xanax. La maschera che indossa Barbagallo è quella del genere perfetto per affrontare queste tematiche: la commedia. Il dialogo che si instaura con il film è figlio dei mostri sacri del passato (il già citato Moretti, Woody Allen, Massimo Troisi) senza però seguirne pedissequamente i passi, ma cercando uno sguardo sulla realtà che lo circonda. Le gag che ne scaturiscono gravitano attorno quindi al senso di impacciataggine e precarietà costante, tra filetti di pesce che saltano per aria e cene imbarazzanti tra coinquilini o aspiranti tali. L’ambizione del film è contenuta (una fortuna di questi tempi) perché Troppo azzurro si presenta come un ritratto semplice e sincero di un mondo che, a conti fatti, Adriano Celentano aveva già descritto per noi:
Azzurro, / il pomeriggio è troppo azzurro / e lungo per me.
Mi accorgo / di non avere più risorse, / senza di te, / e allora / io quasi quasi prendo il treno / e vengo, vengo da te,
ma il treno dei desideri / nei miei pensieri all’incontrario va.
Emanuele Antolini
