CANE O MITO? – LO SPIEGONE COME FORMA D’ARTE: LONGLEGS

Dal silenzio degli innocenti alla logorrea degli innocenti

di Marco Triolo

L’altro giorno guardavo il trailer di The Monkey (2025), il nuovo film di Osgood “Oz” Perkins, tratto da un racconto di Stephen King. A un certo punto, il protagonista Theo James si mette a raccontare la storia di questa scimmietta giocattolo assassina e di come lui e il fratello gemello l’abbiano incontrata per la prima volta da bambini. Sembra il classico voice over registrato appositamente per il trailer e assente nel film finito. In altri casi sarebbe una scommessa abbastanza sicura, ma qui parliamo di Oz Perkins. Parliamo di uno che ha appena scritto e diretto Longlegs.

In Longlegs (2024) a un certo punto parte un flashback, che inizia proprio con le parole “C’era una volta”, e ti spiega il film. Lo stile di Oz Perkins era troppo ermetico per i tuoi gusti e fino a quel momento non avevi capito nulla? Niente paura, perché adesso lo zio Oz ti spiega tutto, per filo e per segno. Ogni. Singola. Cosa. Adesso che siamo tutti in pari, possiamo finire il film, giusto?

Non sto esagerando per strapparvi una risata. Non è retorica. Le cose vanno esattamente così: per metà film Perkins fa tutto lo strambo, poi ferma tutto, spiega la storia e ci appiccica il finale. Fischiettando come se fosse la più geniale trovata di sceneggiatura dai tempi di John Travolta che muore sul cesso in Pulp Fiction (1995) anzitempo. “Spiazzante”. “Geniale”. “Un nuovo standard per il cinema horror”. Queste sono solo alcune delle cose che sono state scritte sul film, nel diario personale di Oz Perkins. (Qui è dove uso la retorica per strapparvi una risata.)

Però che Longlegs fosse molto atteso è fuor di dubbio. Lo si deve in parte a una campagna pubblicitaria, quella sì, piuttosto originale e azzeccata, composta non solo e non tanto dal trailer canonico di due minuti e mezzo, ma da una serie di teaser misteriosi e angoscianti, che hanno messo una bella curiosità ai fan dell’horror. In America il film è piaciuto molto ed è stato accolto come una specie di nuovo Il silenzio degli innocenti, a causa del legame tra la detective protagonista (Maika Monroe) e lo spietato serial killer interpretato da Nicolas Cage. La presenza stessa di questi due attori era un punto di interesse non da poco: Monroe è nota soprattutto come protagonista di un classico moderno dell’horror, il bellissimo It Follows, un film che condivide un certo tipo di ambientazioni e atmosfere con Longlegs. Cage è invece in fase di rinascita dopo l’estinzione dei suoi debiti col fisco, che gli ha permesso di ricominciare ad accettare ruoli con maggiore oculatezza (ma non lo ha portato a girare meno film di prima). Sin da prima dell’uscita del film, giravano voci sulla sua performance ipnotica e sul pesante make up da lui indossato, che lo avrebbe reso virtualmente irriconoscibile.

Partiamo proprio da Cage, una delle maggiori delusioni del film: il suo trucco non è poi così pesante – anche perché, dai, chi vorrebbe ingaggiare Nicolas Cage per renderlo irriconoscibile? Nel film appare poco, e per quel poco fa il matto in maniera abbastanza standard. La scena più memorabile è quella in cui si mette a urlare come un pazzo in auto: se non avete mai visto un film con Nicolas Cage, potrebbe lasciarvi di stucco. Chi lo conosce, sa invece che quella roba la sa fare con due mani legate dietro la schiena. Maika Monroe, da parte sua, fa del suo meglio con un personaggio inesistente, una generica recluta del FBI con generici poteri psichici, che come sempre funzionano solo quando serve al plot. Il loro incontro, oltretutto, è brevissimo e anticlimatico.

Ma la cosa più frustrante è senza dubbio la gestione della storia da parte di Perkins, che non sa decidersi tra un tono sospeso, onirico ed enigmatico, in cui l’elemento visivo abbia la meglio sulla parola, e una più canonica e “materica” narrazione all’americana. Tra ambiguità e linearità, sceglie dunque una via di mezzo: fare metà film in un modo e metà nell’altro, depotenziandolo in maniera criminale, fino a privarlo di qualsiasi zona d’ombra. Che è un po’ la nemesi della paura.

Questo non significa che il figlio di Anthony Perkins non abbia occhio. Longlegs parte molto bene, con l’estetica asfissiante dei sobborghi americani, le villette tutte uguali e il male di vivere che si fa strada strisciando tra le crepe di una facciata limpida e rassicurante. Non è niente di nuovo, ma funziona bene e sviluppa la giusta atmosfera di vago terrore. Poi però Perkins si fa prendere la mano, si guarda allo specchio e si piace molto, gonfia il bicipite, lo bacia e inizia a inanellare una sfilza interminabile di inquadrature simmetriche, come un Wes Anderson dell’orrore, scenografie curatissime e tutte strambe (la casa/baita in cui per qualche ragione risiede la protagonista), dialoghi sussurrati, attori zombizzati. È un classico caso di “provarci tantissimo” per dimostrare qualcosa, prima di tutto a se stessi. Denota forse un’insicurezza profonda, e non stupisce che il prossimo The Monkey si presenti come qualcosa di completamente diverso: una commedia horror. Ma io che ne so, mica sono uno psicologo.