VIDEOCAMERE SEPARATE – SÁTÁN-TANGÓ A DUE VOCI

László Krasznahorkai e Béla Tarr

di Luca Romeo

“Videocamere Separate” è una nuova rubrica di Filmese che celebra un vincitore del Nobel per la Letteratura e un regista associato alla sua opera. Per il primo articolo, abbiamo pensato allo scrittore  László Krasznahorkai e al regista Béla Tarr. Cogliamo l’occasione per ricordare Tarr, uno dei più grandi cineasti della storia, scomparso lo scorso 6 gennaio.

 

Sono un insegnante di italiano. Ogni tanto propongo alle mie studenti un libro da leggere, “non c’è anche il film?” mi chiedono loro, speranzose, sapendo bene che l’esperienza in pellicola è più breve e meno faticosa di quella su carta. Ebbene, le mie studenti forse non conoscono László Krasznahorkai né Béla Tarr.

Quando lo scrittore Krasznahorkai, pochi mesi fa, ha vinto il Nobel per la Letteratura, a ritirare il premio sarebbe potuto andare il regista Tarr. E quando il regista Tarr, ha vinto uno qualsiasi dei suoi riconoscimenti ai Festival, a ritirare la statuetta sarebbe potuto essere lo scrittore Krasznahorkai. Già, perché separare l’opera di uno rispetto a quella dell’altro è impossibile, come arduo è capire un film o un libro dei due artisti ungheresi, senza sapere che in ogni loro capolavoro, c’è lo zampino di entrambi. Certo, Krasznahorkai ha avuto più fortuna: non troppo conosciuto nel resto d’Europa, ha portato a casa il premio più ambito da uno scrittore contemporaneo, mentre Tarr, che mette d’accordo i cinefili di tutto il mondo, non ha mai conquistato l’oro a Berlino, Cannes o Venezia e agli Oscar hanno il palato troppo… (qual è il contrario di “fino”?) per poterlo apprezzare. 

Ma torniamo al libro e al film che potrebbero spiazzare le mie studenti, il titolo più celebre di entrambi gli artisti, Sátántangó. Il film è del 1994 e dura 7 ore e 15 minuti, mentre il libro nell’edizione Bompiani ha circa 300 pagine; chi ha un e-book può rilevare il tempo di lettura e scoprire che anche per terminare il libro sono necessarie tra le 7 e le 8 ore. Cambia poco o nulla. Cari amanti di questa pellicola fiume, oltre a perdervi tra il fango della campagna ungherese nel bianco e nero di Tarr (affiancato proprio da Krasznahorkai alla sceneggiatura), vi siete fatti trascinare dal dedalo di parole del compare scrittore? In entrambe le opere l’obiettivo dell’autore è imprigionarci nel medioevo ungherese fatto di pioggia, fango, espedienti, vita sprecata. Solo qualche particolare ogni tanto, il riferimento a un’automobile o al treno, ti fa capire che non siamo intorno all’anno Mille, bensì nella vita rurale di una società tardo-sovietica (il libro è del 1985). Cosa succede? Gli abitanti di un villaggio dimenticato da ogni dio sono in attesa del ritorno di Irimiás, un compaesano carismatico che tutti credevano morto. L’attesa dell’uomo si confonde con alcuni presagi funesti come “la puzza di terra” o il suono della campana avvertito da un personaggio, il quale, stranito, sa che non ci sono campanili nei dintorni. Irimiás è come un Cristo che torna dalla morte promettendo salvezza, ma nella visione atea e pessimista degli autori ungheresi non c’è Pasqua, non c’è resurrezione, le cose non possono che andare sempre peggio. Mentre il film punta sull’ipnosi dello spettatore (facile finire più di una volta tra le braccia di Morfeo), il romanzo squaderna i pensieri dei personaggi, le parti più toccanti vertono sulla psicologia della fragilissima Estike, dell’ondivago Futaki e del levantino Irimiás. Il film, invece, preferisce dare spazio a infiniti piano sequenza senza parole in cui lo spettatore deve cogliere, più che comprendere. 

Lo stesso discorso cupo con annesso viaggio nello squallido torna in un altro capolavoro di entrambi: dal libro Melancolia della resistenza (1989) nasce il film Le armonie di Werckmeister (2000), sempre sceneggiato da entrambi. Trama: un paese è in subbuglio per l’arrivo di un circo che ha come attrazioni una balena imbalsamata e un misterioso principe. Da qui, parte una sorta di apocalisse che né il giovane sognatore János né l’anziano maestro di musica Estzer riusciranno a fermare. Krasznahorkai rispetto al romanzo d’esordio ha una prosa più “russa”, più dalle parti di Dostoevskij (almeno nella prima parte del libro), con János, il puro di cuore considerato lo scemo del villaggio, che ricorda il Myskin de L’idiota. Come per  Sátántangó, abbiamo un popolo di sconfitti e inetti, l’attesa per una novità insolita (là era Irimiás, qua una balena) e un finale di devastazione dapprima fisica e poi, soprattutto, morale e spirituale. Accostiamo il principe a un dittatore oscuro che utilizza lo stupore della massa per aizzarla e portarla alla distruzione e all’autodistruzione. Nichilismo d’altri tempi. O forse di tutti i tempi, nostro compreso. Nel tragico finale, abbiamo la sconfitta dell’innocenza e degli intellettuali contro la ferocia del vuoto (soprattutto politico). Che poi, a voler essere campanilisti, non sono temi centrali anche ne La dolce vita di Fellini? 

Insomma, se è vietato separare Krasznahorkai da Tarr, attenzione a prenderli troppo sul serio: si può resistere a un torto subìto, ma non allo scorrere del tempo, perché – come nel finale di Melancolia ma non delle Armonie – la scienza (e la balena putrefatta del circo) ci insegna che anche la resistenza ha un limite e che tutti gli atomi del nostro corpo sono destinati a dissolversi e diventare qualcos’altro fuori da noi. Resistere è scientificamente inutile. Ma prima di tutto ciò, conviene godersi la vita e l’arte, anche quella così cupa ma così meravigliosa dei maestri ungheresi.