CANE O MITO? – MICHAEL B. JORDAN

Di carisma, assenza di esso e necessità di aprire tutto

di Marco Triolo

C’è questo piccolo film uscito di recente, non so se ne avete sentito parlare. Si chiama I peccatori e – sì, la frase precedente va ascritta alla categoria “Sarcasmo” – ha ottenuto la bellezza di sedici nomination agli Oscar, un record. Lo ha diretto Ryan Coogler, regista che ha seguito una parabola comune a tanti promettenti colleghi emersi negli ultimi anni, passando dal cinema d’autore indie ai blockbuster più velocemente di quanto riuscireste a dire “crostata di mirtilli”. Dopo essersi fatto notare con Prossima fermata Fruitvale Station, dramma politico sul razzismo endemico della società americana, ha diretto Creed, spin-off della saga di Rocky, e Black Panther, giga-successo di casa Marvel. E lungo tutto questo percorso si è portato dietro il suo attore feticcio, BFF e portafortuna personale: Michael B. Jordan.
Ora, non so se ve ne siete accorti (“Sarcasmo”), ma Ryan Coogler e Michael B. Jordan sono neri. I loro percorsi si sono intrecciati in maniera inestricabile in quanto entrambi si pongono come nuove, moderne voci in un discorso molto importante e opportuno negli Stati Uniti, dove razzismo e classismo vanno a braccetto e dove le etnie diverse da quella caucasica non sono sempre state rappresentate in maniera equa al cinema o nelle arti in generale. C’è di fondo una frustrazione più che giusta, che ha condotto al mainstream voci dissonanti come quella di Coogler stesso, ma anche di un grande autore di cinema di genere come Jordan Peele. I peccatori è la consacrazione del percorso di Coogler e Jordan, e le sue nomination segnalano che ha intercettato lo zeitgeist. È anche il film che conferma una volta per tutte i limiti della sua star.
Michael B. Jordan ha una mascella e un fisico che sembrano essere stati scolpiti da Fidia dopo una gita sul monte Ida, pergamene dell’Iliade alla mano. Abbiamo già parlato, in passato, di attori che su un palcoscenico, a masticare i dialoghi dell’Amleto, verrebbero sepolti vivi dai fischi, ma che davanti a un obbiettivo dimostrano un magnetismo naturale capace di passare sopra a qualunque limite tecnico. Michael B. Jordan non è tra questi. Il suo successo non è un mistero se guardiamo superficialmente la sua immagine di dio greco incarnato. Casomai è la continuazione di quel successo a stupire. La prima volta in cui ho capito che Jordan era davvero scarso forte è stato guardando Senza rimorso, toccata e fuga del nostro Stefano Sollima nel mondo di Tom Clancy. Una spy story abbastanza generica, in cui Jordan regala un’interpretazione monocorde che affossa ulteriormente il film. A quel punto mi sono chiesto: è sempre stato così? E perché non ce ne siamo mai accorti?

Per capirlo, bisogna tornare un attimo indietro. Il primo ruolo di spicco per il giovane Michael dopo Fruitvale Station è stato in Fantastic 4 di Josh Trank (che già lo aveva voluto in Chronicle), film imbarazzante in cui il povero Jordan finì ingiustamente nell’occhio del ciclone per aver osato interpretare un personaggio che nei fumetti è la definizione stessa del maschio W.A.S.P. Nel mezzo di un tale incidente ferroviario è comprensibile non notare le capacità recitative del nostro e dargli il beneficio del dubbio. Poi è arrivato Creed, in cui Jordan ha avuto la sfiga di recitare accanto a un Sylvester Stallone nel ruolo della vita. Risultato: nessuno ricorda Adonis Creed, tutti ricordano un Rocky Balboa così intenso da essersi meritato una nomination all’Oscar (premio poi disgraziatamente mancato). In Black Panther, sempre dell’amico Coogler, ha addirittura l’occasione di interpretare un villain, il tipo di ruolo con cui spesso gli attori scelgono di mettere alla prova il loro carisma, ma si ritrova affiancato da un Chadwick Boseman in grande spolvero, alle prese con un personaggio amatissimo.
E uno dice: ma allora è sfiga. Cioè lui ci prova anche a farsi notare, ma finisce sempre accanto a gente che gli ruba la scena, quando non proprio in mezzo a disastri dimenticabili. Eppure è proprio nella tipologia di casi finora elencati che il grande attore sa emergere e stupire tutti. È laddove tutti si aspettano una certa gerarchia che la star ribalta le premesse e domanda la tua completa attenzione. Tu pensi di andare al cinema per rivedere Rocky e taaac! Michael B. Jordan ti stupisce. Tu sei certo che scegliere un afroamericano per interpretare Johnny Storm sia un delirio woke, e invece BOOM! Michael B. Jordan si impone come l’unica cosa buona del film.
E invece non succede. Non succede nemmeno ne I peccatori, dove Jordan è stato candidato all’Oscar per aver fatto una cosa che piace molto a chi candida la gente agli Oscar: l’aver interpretato due gemelli. Dopo i villain, i gemelli sono l’altra grande occasione ghiotta per un attore. Trucco e costumi fanno la loro parte, certo, ma sta anche alle abilità dell’interprete differenziare i due personaggi agli occhi del pubblico. Se ce la fai, è il trucco di magia definitivo, la prova del nove della tua bravura. Michael B. Jordan non ce la fa. I suoi Smoke e Stack sono virtualmente indistinguibili, preda di quella stessa delivery monocorde che aveva già condannato i suoi ruoli precedenti.
C’è un certo understatement nelle interpretazioni di Michael B. Jordan, forse figlio delle sue proveniente indie. Che sia quello a fregarlo? Che sopravvaluti le sue abilità al punto da pensare a se stesso come un attore che lavora di fino, un cesellatore di dettagli invisibili ai più? Che abbia semplicemente bisogno di un regista che lo prenda e gli dica: “Mollati, sbraca, APRI TUTTO”?