SOSPIRI DI DESIDERIO

Dario Argento e Luca Guadagnino tra Brivido e Passione

di Giada Valery Garcia Cedano

C’è un filo sottile, teso come una lama, che unisce Dario Argento e Luca Guadagnino. Un filo che si insinua tra le pieghe della carne e del desiderio, che scava nei recessi più oscuri dell’animo umano e che sfiora gli estremi tra il piacere e il dolore. Perché entrambi, seppur con stili e linguaggi diversi, condividono una visione in cui la bramosia si fa esperienza sensoriale, capace di alterare, incantare e persino annientare. 

Ogni film è un’esplorazione diversa dello stesso enigma: cosa accade quando lasciamo che il desiderio ci guidi? Ci perdiamo o ci troviamo? È con l’uscita al cinema di Queer, nuovo film di Guadagnino, che è nata questa riflessione. Soprattutto ripensando a quando lui stesso raccontò della sua adolescenza e di quanto ammirasse il cinema del Maestro del brivido, al punto da arrivare a spiarlo al ristorante. Da lì iniziò tutto. E forse non è un caso che Queer e Profondo Rosso condividano, in alcune scene, un’estetica che richiama i quadri di Edward Hopper.

Ma torniamo a noi. 

Per Argento, il desiderio è una condanna. Nei suoi film (come Suspiria, Tenebre, Opera, Profondo Rosso) è una pulsione febbrile che consuma, ossessiona, uccide. Lo sguardo è un’arma: gli occhi scrutano e penetrano il mistero fino a rimanerne accecati. Le mani non accarezzano, feriscono. Stringono coltelli, brandiscono strumenti di tortura, agiscono come estensioni di una mente malata. E la bocca? Non sussurra parole d’amore, urla. Urla nel silenzio, soffocata dal terrore. In Profondo Rosso, chi osserva troppo da vicino l’oscurità finisce per esserne inghiottito. In Suspiria, la danza non è solo movimento, è possessione, una metamorfosi che divora le ballerine dall’interno. Opera trasforma l’ossessione per lo sguardo in un’angosciante prigione visiva. Per questo, il mondo di Argento prende le sembianze di un incubo in cui il desiderio si deforma in follia e sfocia nella violenza. I suoi colori non accarezzano l’occhio, bensì lo aggrediscono e il rosso non è passione, ma sangue.

Guadagnino, invece, accarezza il desiderio. Nella sua visione è un flusso che attraversa i corpi, che si insinua negli spazi vuoti, nelle attese, negli sguardi che si cercano. Lo fa scivolare sulla pelle come il sole d’estate in Call Me by Your Name, negli occhi che si posano su un altro corpo con una consapevolezza nuova, tra un tocco sfiorato e un frutto che sa di peccato.

Nel suo Suspiria il corpo che si esibisce si abbandona alla musica e alla perdita di controllo e, trasformandosi e contorcendosi, si fa strumento di un potere oscuro.

Con Challengers, il desiderio diventa competizione e tensione passionale che scorre tra i protagonisti come una corrente elettrica. In Io sono l’amore, invece, è un ardore capace di rompere equilibri e sovvertire le regole.

E in questo duello tra dolcezza e orrore, emerge Bones and All, il film che sembra trovarsi nel mezzo. Perché proprio in questa sua opera, Guadagnino sembra incontrare Argento. Qui il desiderio freme nella carne e nel sangue.

È una fame implacabile, un impulso viscerale che diviene letteralmente bisogno di divorare l’essere umano. I tratti tipici del suo cinema, si combinano con la crudezza e la ferocia sanguinolenta argentiniana. 

Ma che cos’è, allora, il desiderio? Una benedizione o una maledizione? È questo il fil rouge che li accomuna. Argento porta questa esperienza all’estremo, la trasmuta come un demone che ci strappa via la pelle, ci mastica e ci riduce a nulla. Al contrario per Guadagnino è ciò che ci rende vivi, che ci permette di esistere nell’altro. Lascia scorrere la pulsione, la segue mentre cambia forma, mentre si espande e si contrae come un respiro. Alla fine, entrambi hanno compreso che è una porta aperta su qualcosa di immenso e incontrollabile. 

La stessa forza con cui lascia il segno ispira da sempre anche pittori, musicisti e poeti, diventando così il cuore di ogni grande opera d’arte. Nel cinema, trova espressione nei capolavori di questi due registi e, in un mondo che pretende di definire tutto, loro ci esortano a sentire e vivere l’incertezza.