CHIARA NELLE CITTÀ – È LA STAMPA, BELLEZZA!
Il mestiere di addetta stampa per un festival cinematografico
di Chiara Zuccari
Quando Francesco mi ha chiesto di scrivere un pezzo che raccontasse la mia esperienza come addetta stampa (a dirla tutta, assistente addetta stampa) e tutto ciò che il lavorare dietro le quinte del jet set festivaliero comporta, ho pensato di non esserne all’altezza. Alla fine, il mio ruolo, circoscritto ai festival, è quello di mera esecutrice, oppure di “supervisore”, di agente del traffico. Sposta di lì, accompagna di qua, attendi, ferma, controlla. Ho pensato allora che la soluzione migliore fosse andare direttamente alla fonte, a colei grazie alla quale ho iniziato – e continuo a fare – questo mestiere (collaterale a quello di critica), la mia datrice di lavoro e mentore: Gloria Zerbinati. Addetta stampa internazionale, veneta di nascita, romana d’adozione, con un passato parigino ed esperienze lavorative ovunque nel mondo, da Rotterdam a Lisbona, da New York a Berlino, da Venezia a Marsiglia. Chi meglio di lei può raccontarci il suo lavoro, che conduce con una compostezza, un’etica e un’attenzione che raramente ho trovato nel nostro ambiente.
Ultimamente hai avuto un film alla Festa del Cinema di Roma, Ellroy vs. L.A di Francesco Zippel: cosa significa concretamente avere un film a un festival?
Nel momento in cui un film, un regista o un produttore sanno di essere selezionati a un festival internazionale, chiamano un addetto stampa. Nel caso di Francesco è un rapporto di amicizia e conoscenza perché avevamo già collaborato. Innanzitutto bisogna aver visto il film e avere i materiali, il dossier stampa, il press book, i materiali fotografici, il trailer, che bisogna cercare di piazzare su riviste o trades che possano dare visibilità e creare un’aspettativa attorno al film. Dopodiché, il lavoro che si fa quotidianamente è contattare la stampa, prima informarla in maniera generica, poi chiamare i giornalisti che potrebbero essere interessati a quel film. Cercare di invitarli a vederlo, dargli tutte le informazioni possibili, se necessario dare uno screener sicuro in modo tale che lo vedano in anticipo e si preparino. E poi insistere e lavorare cercando di preparare una schedule di cosa uscirà, di chi farà le interviste, per chi. Infine c’è la prima mondiale, che significa seguire il regista e il cast nella loro organizzazione, sul tappeto rosso, in un photocall, in un momento di protocollo del festival, fino agli applausi finali.
Facciamo un passo indietro: come sei arrivata a fare questo lavoro? Qual è stata la tua formazione e la tua prima esperienza?
Premesso che ho avuto fin da bambina la passione per il cinema, questo mi ha portata a iscrivermi a Scienze della Comunicazione indirizzo cinema e a fare un dottorato in Storia e Critica del cinema. Nel frattempo, un professore di giornalismo proponeva di fare un’esperienza da stagista in un ente culturale, tra cui c’era la Biennale di Venezia. Nel 2003 ho fatto un colloquio con l’ufficio stampa, Paolo Lughi, che mi ha presa ad assisterlo in quei mesi di preparazione della Mostra. Quella è stata la mia primissima esperienza. Lì sono stata dodici anni, poi quando non ho più potuto lavorare in Biennale per questioni contrattuali, mi sono trasferita a Parigi e sono stata per un paio d’anni assistente di due addette stampa che lavoravano sui singoli film, e ho imparato come si faceva anche l’altra parte del lavoro. Finché un addetto stampa storico, Richard Lormand, mi ha spinta a mettermi in proprio. Così, a metà 2018, ho deciso di provare a fare il primo festival di Venezia da sola. Ho avuto la fortuna di avere film di registi abbastanza importanti come Tsukamoto. Così ho cominciato ad arrangiarmi, prendendomi anche delle responsabilità, rischiando di far figuracce, perché chiaramente all’inizio prendevo film più piccoli, ma avevo anche meno esperienza.
Si sente sempre parlare di ufficio stampa, ma tu sei un’indipendente. Come mai hai fatto questa scelta?
Credo per il mio carattere. Poi, grazie anche alla spinta di Richard, ho capito che non volevo più lavorare sotto qualcuno perché ho avuto sì delle esperienze positive, ma sono stata anche molto sfruttata. Dall’altra parte, nell’arco dell’anno io lavoro soltanto su festival internazionali. Quindi ci sono dei mesi, pre Berlino, pre Cannes, pre Venezia, di grosso lavoro, in cui non dormo quasi mai, in cui lavoro venti ore al giorno, e sono devastanti, tant’è che dopo un festival c’è un down di adrenalina notevole. Ho la fortuna in questi tre festival di essere aiutata, altrimenti non ce la farei, perché i film non sono più così piccoli, sono più numerosi e si accavallano. Inoltre io ho fatto le uscite in sala soltanto in Francia e mi divertivo molto meno rispetto a fare i festival. Poi c’è anche una questione di età: quando ho cominciato ero più giovane e mi piaceva andare in giro. Quando sono diventata indipendente viaggiavo continuamente. Fino a prima del Covid andavo a festival dove magari avevo un solo film o un corto, per farmi conoscere dai distributori, dai registi, dai produttori, per fare esperienza.

Pur lavorando con festival internazionali e facendo l’addetta stampa per registi di alto profilo, continui a lavorare anche con autori giovani e opere prime. Come mai?
Innanzitutto perché ho cominciato con i film più piccoli e indipendenti. Ho la fortuna di lavorare con registi riconosciuti a livello mondiale, Bellocchio, Hamaguchi, Abel Ferrara, Mario Martone, ma per quanto grossi rimangono degli indipendenti, non sono dei blockbuster. Sono film d’autore ed è il cinema che mi piace prima di tutto guardare, sono registi con cui mi piace stare, con cui mi piace parlare, con cui avere un confronto. Poi ci sono altri film di esordienti o di registi meno riconosciuti che sono ugualmente belli e interessanti, che potrebbero essere le nuove leve. Tutti hanno cominciato da piccoli, perché non seguirli? È anche stimolante. Quando fai lo stesso lavoro sullo stesso tipo di film a un certo punto va da sé che diventa routine. Devi diversificare, in maniera tale che anche la tua testa rimanga lucida. Va benissimo lavorare su film più grossi, più importanti, con un cast, però bisogna anche poter lavorare con degli autori completamente indipendenti, con budget piccoli, artigianali, che si sono arrabattati per riuscire a fare un film. Vedi quell’entusiasmo che dà entusiasmo anche a te.
Quanto è importante frequentare l’ambiente cinematografico e avere una formazione critica per fare questo lavoro?
Sia per la mia formazione, sia perché per un periodo di tempo ho fatto critica e stavo con i critici in sala, mi rendevo conto di quali erano le loro esigenze. In più, ho avuto la fortuna, negli anni in cui ho lavorato alla Biennale, di avere come direttore del festival Marco Müller, che mi ha insegnato come si tratta coi registi, con le cinematografie, coi film. Quel tipo di attenzione critica ma anche umana. Per cui, quando hai un film a un festival, non solo hai necessità di capire cosa stai vedendo per poterne parlare a qualcuno, devi saper dire perché merita di essere visto. Sulla questione della presenza, quando un regista fa un film deve poter avere uno scambio, si deve fidare di te. La prima persona con cui devi parlare è il regista, la seconda è il critico cinematografico. E se nasce una connessione, non può essere solo lavorativa, deve essere anche un rapporto di cura. I registi sono degli esseri umani, si emozionano, si spaventano, vanno in tensione, hanno paura, bisogna cercare di capire questi sentimenti, rassicurarli, in modo che non si autosabotino quando devono parlare coi critici o alle conferenza stampa. Anche quelli più bravi hanno sempre timore o curiosità di conoscere la reazione del pubblico. Quel sentimento va rispettato e, soprattutto, va capito e empatizzato.
La tua figura professionale è fondamentale, ma resta sempre dietro le quinte, scollegata dalla notorietà. Come vivi questo aspetto del tuo lavoro?
Quando capisco che con certi registi o con certi critici ho creato dei rapporti di fiducia, di empatia come dicevamo, di scambio e anche di affetto, perché alla fine per forza di cose crei anche delle forme di amicizia, io sono a posto, sono appagata. Quando hai dei film d’autore, anche di autori conosciuti, bisogna comunque trattarli con un’attenzione diversa, con più cura. Devi cercare di capire chi è la persona migliore per scrivere di quel film e, nel caso di autori più di nicchia, hai bisogno di convincere certi critici a vedere quel film e a fargli capire perché è bello, perchè pur essendo preparati magari non hanno gli strumenti culturali propri di quel regista, di quella cinematografia o di quel contesto narrativo. Per cui è chiaro che lavori dietro le quinte, ma il riconoscimento non ha a che fare con la celebrità, ce l’hai nel momento in cui un regista a un certo punto si confida con te, oppure vuole che tu veda in anticipo quello che ha fatto e vuole parlarne con te al di là della strategia comunicativa, semplicemente perché pensa che valga la pena conoscere la tua opinione o si fida del tuo sguardo. Questo per me è già appagante.