Intermittenze

Proust è mai andato al cinema?

di Luca Mantovani

Se per lungo tempo ci si è coricati presto la sera, la confidenza col cinema – attività che con le ore di buio intrattiene privilegiato commercio – potrebbe esserne stata sensibilmente compromessa. Forse per questo motivo l’opera del più grande scrittore francese ha sempre, ad oggi, trovato vie dissestate o almeno parziali al buio della sala cinematografica.
Cosa ne pensasse lui, Proust, del cinema, non ci è dato sapere, se non indirettamente da alcuni passaggi della sua opera: quando morì, nel 1922 (l’anno di Nosferatu), la settima arte aveva già prodotto capolavori intramontabili, ma veniva ancora in larga parte considerata un divertimento volgare e destinato al popolo ineducato, ben lungi dalle raffinatezze estetiche e intellettuali di cui l’autore della Recherche amava circondarsi. Certo l’ancor giovane tecnica di riproduzione delle immagini non gli poteva essere estranea ed è tanto più vero se, come sembra, Proust stesso appare in carne e ossa all’interno di un filmato del 1904, riemerso dagli archivi del Centre National du Cinema. I quattro minuti scarsi della ripresa ci mostrano il corteo di un matrimonio dell’haute société parigina a cui è accertato lo scrittore prese parte: cappotto grigio e bombetta, lo vediamo scendere rapidamente dalla scalinata e sparire oltre il bordo dell’inquadratura – quale singolare destino, per tanto distinta figura, finire immortalato in un proto-filmino di nozze!

Fin qui il pettegolezzo. Tornando invece alla concretezza del rapporto fra il cinema e l’opera di Proust, è indubbio che la Recherche abbia esercitato su moltissimi registi, soprattutto a partire dagli anni 60 rivoltati dalla Nouvelle vague, una fascinazione magnetica e feconda. Innumeri sono i cineasti che, senza aver tentato alcun adattamento diretto, possiamo però definire con certa liceità proustiani: da Truffaut a Resnais passando per Rohmer, fino a Bergman, Tarkovskij e ai nostri Visconti, Antonioni e persino Leone (ve lo ricordate De Niro, in C’era una volta in America, rispondere al barista che gli domanda cosa abbia fatto in tutti quegli anni: «sono andato a letto presto»?) – registi, l’elenco non è certo esaustivo, che si sono confrontati nelle loro opere con Tempo, Memoria e Perdita.
Se diffusa è la Recherche nelle biblioteche di uomini e donne di cinema, poche sono le trasposizioni tentate, ancor meno quelle riuscite. A rischio di risultare tranchant, probabilmente solo due: Le temps retrouvé (1999) di Raúl Ruiz e La captive (2000) di Chantal Akerman, pellicole entrambe ispirate ad uno soltanto dei sette volumi che compongono l’opera dello scrittore francese. Non a caso.
Più delle imprese felici, allora, risulterà interessante concentrarsi sui tentativi falliti. E, c’è da dirlo, si tratta di fallimenti grandiosi come le ambizioni che li muovevano. Fallimenti che hanno un minimo comune denominatore nella stessa persona, Nicole Stéphane – cherchez la femme!
Nata Baronessa di Rothschild, attrice di belle speranze (diretta, fra gli altri, da Jean-Pierre Melville) presto riciclatasi come produttrice, la Stéphane ha per prima l’intuizione di acquistare i diritti dell’opera di Proust per il cinema e di mettersi a caccia di un regista all’altezza del compito. Il primo tentativo risale al 1965, quando René Clément viene ingaggiato per dirigere Marcello Mastroianni nei panni di Swann e Jeanne Moreau in quelli di Odette, mentre la sceneggiatura è affidata a Ennio Flaiano che, in qualche mese, produce un vivace elaborato estrapolando con intelligenza gli episodi salienti della Recherche, in particolare da Sodome et Gomorrhe. Il lavoro dello scrittore pescarese, col titolo Progetto Proust, verrà pubblicato da Bompiani nel 1989 ed è tutto quanto rimane di questo iniziale tentativo, sfumato per il disinteressamento di Clément.

Nicole Stéphane non si dà per vinta e, già nel 1969, riesce a coinvolgere nell’impresa Luchino Visconti, che leggenda vuole non si separasse mai dalla sua copia di Proust rilegata in marocchino rosso. Visconti pare dunque il candidato ideale e infatti si getta con entusiasmo nel lavoro, pur insoddisfatto della sceneggiatura esistente, che si mette a rielaborare con Flaiano stesso. Ben presto lo scrittore si chiama fuori dai giochi e il regista convoca Enzo Siciliano prima e Suso Cecchi D’Amico poi, cui chiede di ripartire dalla fine, dal famoso ricevimento della principessa Guermantes narrato in Le temps retrouvé, procedendo poi a ritroso per continui flashback. Intanto, Visconti è spesso in Francia, in visita ai luoghi proustiani per la scelta delle location insieme allo scenografo Mario Garbuglia, e porta con sé il fido Piero Tosi che sta lavorando ai bozzetti dei costumi. Nell’idea del regista, il cast dovrebbe essere stellare, con Alain Delon nella parte di Marcel, Silvana Mangano in quella di Oriane de Guermantes, Marlon Brando o Laurence Olivier come Charlus, Helmut Berger come Morel, Charlotte Rampling come Albertine, Brigitte Bardot come Odette e nientemeno che Greta Garbo a impersonare la Regina di Napoli. I costi della produzione cominciano a lievitare e Nicole Stéphane, scoraggiata, chiede a Visconti di sospendere il progetto per permetterle di dedicarsi alla ricerca di nuovi fondi e finanziamenti. L’interruzione risulterà fatale: Visconti si dedica immediatamente alla travagliata lavorazione di Ludwig (1973) e dei quasi due anni di gestazione non rimarranno che alcuni bozzetti di Tosi, le fotografie di Claude Schwartz scattate durante i sopralluoghi francesi e raccolte nel volume A la recherche de Proust, insieme alla sceneggiatura pubblicata da Mondadori nel 1986.

Abbandonata ancora una volta dal regista prescelto, la produttrice non si lascia dissuadere ad abbandonare il progetto e riparte immediatamente alla carica. A salire a bordo, questa volta, è un altro singolare e consolidato sodalizio fra regista e sceneggiatore, quello incarnato da Joseph Losey e Harold Pinter, capace di produrre pellicole straordinarie come L’incidente (Accident, 1967), Messaggero d’amore (The Go-Between, 1971) e il capolavoro Il servo (The Servant, 1963). Losey e Pinter decidono di ricominciare da capo per l’ennesima volta e il drammaturgo, dopo essere sprofondato tre mesi interi nella lettura, aver preso centinaia di note e dopo aver compiuto numerosi viaggi in Francia per “impregnarsi” dei luoghi cari a Proust, decide che non si concentrerà su uno o l’altro dei volumi che compongono la Recherche, ma cercherà di distillare l’intera opera in una sola sceneggiatura, imponendosi di rispettare due principi primari e contrastanti: uno, di movimento essenzialmente narrativo, verso la “disillusione”, l’altro, intermittente, verso la “rivelazione”. Nel novembre del 1972 una prima versione della sceneggiatura è terminata e, dopo ulteriori rimaneggiamenti, tagli e pazienti limature, trova la sua forma definitiva nel 1973.
A quel punto, però, il progetto si è arenato per la terza volta e nonostante Pinter arrivi ad affermare che l’anno speso a lavorare su Alla ricerca del tempo perduto sia stato il migliore della sua vita, la sua opera troverà solo la via della carta stampata: in Italia sarà Einaudi a pubblicarla nel 1987 con il titolo Proust.Una sceneggiatura.
Al netto di tre magnifici fallimenti, chiunque desisterebbe dai propri intendimenti per dedicarsi ad altro, ma così non è per la Stéphane che dalla famiglia Rothschild, oltre all’ingente capitale, deve aver ereditato anche un’inesauribile perseveranza e una certa sicumera. Con un salto di dieci anni arriviamo al 1984: un’altra coppia, formata questa volta da Peter Brook e Jean-Claude Carrière ha accettato di interessarsi all’adattamento, ma, all’ultimo, il grande regista britannico non se la sente di prendere posto dietro la macchina da presa, perché nel frattempo irrimediabilmente invaghitosi del grande poema indiano Mahābhārata da cui trarrà quello che forse è il suo capolavoro, e indica personalmente alla produttrice chi potrà portare a termine il compito al suo posto.

Volker Schlöndorff era salito agli onori degli altari cinematografici cinque anni prima, aggiudicandosi Palma d’Oro e Oscar per il miglior film straniero con l’adattamento del Tamburo di latta (Die Blechtrommel, 1979) del premio Nobel Günter Grass. Avendo in precedenza trasposto per il grande schermo anche opere di Musil e di Marguerite Yourcenar, Schlöndorff deve essere apparso uno scafato mestierante cui mettere in mano la sceneggiatura prodotta da Brook e Carrière, una garanzia di sicuro risultato. Il regista tedesco rivede ancora lo script e riesce a raccogliere un cast di grande richiamo, assemblato però con criteri quantomeno discutibili. Così, se Jeremy Irons offre un’incarnazione convincente e sentita di Swann, anche invecchiato, e Fanny Ardant presta la sua charmant noblesse alla duchessa di Guermantes, poco riesce a fare Alain Delon sperduto e vacuo nei panni del barone di Charlus e quasi nulla l’imbambolata Ornella Muti in quelli di Odette de Crécy. Da parte sua, Schlöndorff cerca con tutte le sue forze l’eleganza e il ricamo, la ricostruzione manierata di un’epoca, ma la sua regia è troppo greve per corrispondere all’impalpabile fonte originaria e le concessioni a una carnalità di facile presa finiscono solo per generare scene scult, come quella tristemente nota del bordello. Critica e pubblico decretano unanimi l’insuccesso, e a Nicole Stéphane non resta che mettersi il cuore in pace.
Dovranno trascorrere altri quindici anni, prima dei felici esiti di Ruiz e Akerman, infedeli e in certo modo meno ambiziosi, sebbene il cinema del regista cileno in particolare sia sempre portatore di una riconoscibilissima grandeur visiva, ma più intimamente rispondenti al verbo proustiano. L’impresa, dopo di loro, non è più stata tentata, sebbene questi tempi di serializzazione non solo televisiva saprebbero forse ben prestarsi nelle giuste mani, ma hanno, ad oggi, generato solo l’irrisolto e alquanto legnoso lavoro in due tempi di Nina Companéez, nel 2011.
Torna allora alla mente quel folgorante sketch dei Monty Python, in cui l’improbabile conduttore dell’altrettanto improbabile Summarize Proust Competition, chiamava i concorrenti del gioco a riassumere l’intera Recherche in soli 15 secondi: tutti senza eccezione irrimediabilmente destinati ad incagliarsi nella monumentale, interminabile, oltremodo celebre prima frase dell’opera.

Per approfondire: Anna Masecchia, Al cinema con Proust, Venezia, Marsilio Editore, 2009. ISBN 9788831796743