SOGNANDO IN PIXEL
Tron: la frontiera digitale per riformare la condizione umana
di Giada Valery Garcia Cedano
In un’epoca in cui i computer erano ancora una novità per il grande pubblico, nacque un film tanto rivoluzionario quanto presto dimenticato. Nel 1982, quando Steven Lisberger portò sul grande schermo Tron, il mondo non era ancora pronto per quello che rappresentava. La computer grafica era ancora agli albori, eppure il film riuscì ad aprire una finestra su un universo interamente digitale, esplorando il rapporto uomo-macchina e le connessioni tra architettura e spazio virtuale in un sistema informatico nascosto. La storia segue Kevin Flynn, un brillante programmatore di videogiochi che viene digitalizzato e trasportato all’interno di un mainframe, popolato da programmi senzienti e governato da un’intelligenza artificiale dominante, il Master Control Program (MCP), che lo costringerà a combattere per la sua sopravvivenza. Quasi trent’anni dopo, Lisberger diventa produttore del sequel Tron: Legacy (in cui fa un breve cameo) diretto da Joseph Kosinski, il quale ha ripreso questa visione e l’ha portata a nuove vette estetiche e concettuali. Qui Sam, il figlio di Flynn, entra nella Rete, un cyberspazio ideato dal padre per realizzare il “sistema perfetto”, ma che finisce per renderlo prigioniero della sua stessa creazione. L’ambiente virtuale dalle geometrie perfette e linee luminose ininterrotte è diventato una distopia tecnologica governata da Clu, il suo alter ego. Kosinski prima ancora che cineasta è un architetto e il suo background accademico gli ha permesso di realizzare non solo un capolavoro di design, ma di dare forma a un mondo costruito su codici e algoritmi, sfruttando l’architettura come modalità d’espressione.

Le influenze architettoniche per il design di Tron spaziano dal movimento moderno alla biodinamica contemporanea. La Ville Radieuse di Le Corbusier e la No-Stop City di Archizoom Associati riecheggiano nella struttura urbana della Rete, incarnando l’idea di una città ideale, geometrica, costruita sulla modularità e sull’ordine assoluto. Un altro modello chiave di riferimento è l’Istituto Salk di Louis Kahn, celebre per la sua simmetria imponente e il corso d’acqua centrale, simbolo di energia e riflessione. Lo stesso principio si ritrova anche nell’universo Tron, dove l’elemento dominante non è l’acqua, bensì la luce; il vero codice genetico che tiene insieme ogni aspetto. Un’entità dinamica che non solo illumina ma attraversa e plasma lo spazio, delineando edifici, animando veicoli e dando vita ai costumi dei personaggi, per creare un vero e proprio linguaggio visivo unitario che rimanda al tecno-modernismo di Neil Denari. In questa idea di continuità e vitalità, l’architettura fluida e biomorfica di Zaha Hadid è stata una delle fonti di ispirazione maggiori. Il concetto di guidare la luce in forme curve e mutevoli, evidente nella Galaxy SOHO e nella Mathematics Gallery, ha scolpito l’immaginario del regista. Lo stesso Daniel Simon, designer dei veicoli del film, ha citato la “sofisticata stranezza” delle opere di Hadid come punto cardine. La Fondazione Querini Stampalia di Carlo Scarpa, dove l’acqua non è un elemento passivo ma un’energia che attraversa e modella le forme, offre l’ennesimo parallelo con la luce in Tron. Ciò è la prova di come gli elementi naturali e artificiali possono coesistere in un equilibrio armonioso.

Se però l’architettura nella Rete è digitale, la sua anima resta profondamente umana. La Safe House di Kevin Flynn, una dimora immersa nella roccia delle terre desolate computerizzate, ne è l’esempio più emblematico. Con le sue ampie vetrate che si affacciano all’orizzonte e il suo minimalismo materico, questo spazio richiama di continuo Mies van der Rohe e Louis Kahn. L’antico e il moderno, la natura e la tecnologia si fondono tra le pareti in pietra rustica e l’arredamento neo-vittoriano, in un chiaro rimando a 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick con il pavimento in vetro retroilluminato. Questo spazio evoca un senso di introspezione, che riflette il desiderio di Flynn di avvicinarsi a una dimensione in cui sentirsi ancora legato alla realtà. Per questo, arredi di design come le sedie Barcelona e la poltrona di Eames, insieme ai libri di letteratura antica, da Jules Verne a Dostoevskij decorano la casa, portando frammenti di mondo tangibile nello spazio virtuale. L’unione di elementi naturali e tecnologici rende il suo rifugio al tempo stesso monastico e ultramoderno. E poi arrivano loro, i Daft Punk. Con ogni synth hanno aperto un portale verso Tron, realizzando una delle colonne sonore più ipnotiche. Non si limitano ad accompagnare le immagini, ma creano un’esperienza audiovisiva immersiva, al punto da entrarci loro stessi facendo una breve comparsa. La capacità di rendere concreto un universo immateriale rappresenta una delle più grandi conquiste di questi film. Già nel 1982, Lisberger fu il primo a sfruttare la computer grafica per costruire un mondo tridimensionale interconnesso, anticipando l’uso della CGI e il metaverso odierno. Per questo Tron non è solo un prodotto cinematografico ma un manifesto visionario che ha anticipato temi e tecnologie, una prova di come il cinema possa predire il futuro aprendosi a nuove frontiere digitali.