DON’T MESS WITH TEXAS
La letteratura pulp e il cinema di Joe R. Lansdale
di Riccardo Chiaramondia
Una mattina il proprietario di una libreria venne nella mia scuola per presentare due libri. Il primo venne descritto come un romanzo di formazione tra l’avventura e l’horror ambientato nel Texas orientale e scritto dall’unico texano sobrio e per di più maestro di arti marziali. Era Acqua buia di Joe R. Lansdale. Da quel momento mi sono immerso nelle pagine dei suoi libri e non ne sono mai uscito. L’opera di Lansdale spazia dal western fantascientifico, a romanzi di formazione cupissimi e ironici, ucronia ultra-citazionista e thriller in grado di fondere la vita quotidiana con la durezza dell’hard-boiled e un senso dell’assurdo che, però, riesce a non trasformarsi mai in parodia. Quasi tutti i racconti hanno un personaggio comune, rappresentato in cinquant’anni di cambiamenti e stagnazioni: quella parte di Texas che da Houston si estende fino al confine con la Louisiana e l’Oklahoma. Le opere realizzate da Lansdale sono quasi un centinaio e nel corso della carriera non sono mancati riconoscimenti e successo di pubblico. Conoscendo il mondo della produzione cinematografica il primo pensiero sarebbe autore di genere con buon successo e tantissime opere = gallina dalle uova d’oro, invece no. Sono stati realizzati solo quattro film, un mediometraggio, un cortometraggio e una serie tv di tre stagioni. Tutte queste, però, sono produzioni piccole e con distribuzioni limitate – fatta eccezione per L’erba alta, presente nella seconda stagione di Love, Death & Robot. Considerando Christmas with the Dead poco più di un divertimento familiare (lungometraggio a cui hanno lavorato Joe, i figli e la moglie) e non soffermandosi su The Thicket, rimangono i lavori di Don Coscarelli e della coppia Mickle-Damici. Prima di parlare delle loro opere bisogna, però, chiedersi perché così poche trasposizioni limitate a una nicchia di autori indipendenti. La letteratura di Lansdale è semplice, non ha nulla di cervellotico ed è accessibile a tutti, ma allo stesso tempo è una follia narrativa possibile solo su carta. Quando leggiamo immaginiamo mondi irrealisticamente credibili, è come quando la notte creiamo piani geniali che al mattino capiamo essere follie. Quando è la nostra mente a dare vita alle parole scritte, il leader di una setta che va in giro con uno scimpanzè vestito elegante e che usa una catena di ristoranti di ciambelle come copertura diventa credibile, così come lo possono essere personaggi cartooneschi che si muovono in un Texas iperrealistico. Lansdale lavora su questa peculiarità della letteratura, creando un mix tra assurdo e realismo unendo i generi più disparati.


Quando si guarda un film, invece, le immagini sono create da altri, siamo privati della possibilità di dare un senso a ciò che altrimenti sarebbe inaccettabile. Per questo molte opere di Lansdale non potrebbero funzionare, risulterebbero accozzaglie di idee prive della grande profondità della sua letteratura. Questo senso dell’assurdo sarebbe potuto sopravvivere nei James Bond con Roger Moore, ma gli Ottanta sono finiti da tempo e quegli 007 non avevano la potenza critica e sociale dei racconti del buon Joe R.. Eppure, tornando alle poche trasposizioni, Coscarelli e Mickle-Damici sono riusciti a realizzare buone opere, ma con strategie differenti. Mickle, regista, e Damici, sceneggiatore, hanno scelto di adattare prima Cold in July, uno dei romanzi più realistici e facilmente trasponibili, e, in una serie di tre stagioni, il celebre ciclo di romanzi su Hap e Leonard, una coppia di spiantati che si ritrovano loro malgrado a diventare investigatori privati. Sono storie di vendetta, di crimini efferati e di giustizia privata in cui, però, mancano l’approfondimento psicologico dei personaggi e i loro contrasti interiori che sono alla base delle opere cartacee. Senza questo si perde parte dell’unicità e, seppur i prodotti siano buoni, non riescono a emergere rispetto a film pari genere. Coscarelli, invece, con Bubba Ho-Tep decide di estremizzare e segue la strada di una comicità demenziale che flirta con il trash. In una casa di riposo Elvis Presley (forse) e un anziano afroamericano che pensa di essere JFK combattono contro una mummia che si ciba di anime aspirate dal sedere delle persone. L’ironia è spinta al limite, l’azione è divertente e, anche in questo contesto folle, riesce a emergere un approfondimento sulle condizioni di vita nella terza età. Quest’opera è puro Lansdale.
Alcune parole, infine, vorrei dedicare alla Trilogia del Drive-in, anti-cinematografica serie di romanzi western fanta-filosofici che necessiterebbero di un regista a metà tra Gilliam, Cronenberg, Yuzna e gli autori dei film di avventura di Cesar Romero. In quest’opera il cinema vive in ogni pagina, non solo come luogo fisico, ma anche in strategie narrative e in personaggi come Popalong Cassidy, un uomo vestito da cowboy con un monitor per testa, e il temibile Re del popcorn. Leggetela e vedrete che non è necessario adattare Lansdale, lui ha già adattato il cinema.