VIDEOCAMERE SEPARATE – IL COLORE DI HAN KANG

Han Kang e Krzysztof Kieślowski

di Luca Romeo

“Videocamere Separate” è una nuova rubrica di Filmese che celebra un vincitore del Nobel per la Letteratura e un regista associato alla sua opera.

 

Quando Han Kang, nel 2024, ha vinto il Nobel per la Letteratura, a ritirare il premio sarebbe potuto essere il regista polacco Krzysztof Kieślowski. Quando Kieślowski, esattamente vent’anni prima, è stato indicato come miglior regista al Festival del Cinema di Berlino, a ritirare il premio sarebbe potuta essere la scrittrice sudcoreana Kang. Lo so, all’apparenza sto mescolando mondi diversi, epoche diverse e arti diverse, ma c’è una chiave che lega indissolubilmente una delle romanziere più acclamate del momento (Book International Prize per La vegetariana) e il cineasta di cui quest’anno si ricorda il trentennale della scomparsa, anzi, è un colore a metterli in armonica comunione: il bianco.
Tre colori: film bianco, lo conosciamo tutti. È il secondo capitolo della trilogia più celebre di Kieślowski, quella dedicata ai colori della bandiera francese. Dopo la banda blu dello stendardo, da rileggere nel motto rivoluzionario come liberté, il bianco incarna i valori dell’égalité. Bianco come l’uguaglianza, dunque. Il libro bianco, invece, viene pubblicato in Italia nel 2025 per Adelphi con la traduzione di Lia Iovenitti. Kang è fresca di Nobel, è comprata e letta tantissimo anche in Italia, i suoi libri e i suoi aforismi compaiono spesso sui social. Il libro è composto da una serie di pensieri sul colore bianco, tenuti insieme dal dolore di una figlia che si rispecchia nel dolore vissuto da sua madre. «Nella mia lingua materna – spiega Kang nelle note al testo – esistono due aggettivi per dire “bianco”: hayan e huyn. A differenza di hayan, che indica semplicemente il bianco puro e intatto dello zucchero filato, huyn evoca un desolato intreccio di vita e morte. Quello che volevo scrivere io era un libro huyn». Bianco come incertezza, come vacuità, come estremo confine tra vita e morte (non saprei come altro tradurlo). Altro che uguaglianza. E allora, che cosa lega questi due autori e queste due opere?
La scrittrice coreana fa sapere ai lettori di aver pensato a questo libro alla fine del 2014, due anni prima della pubblicazione in patria. Dove si trovava in questo periodo Kang? A Varsavia, dove ha accettato di trasferirsi per qualche mese su invito della sua traduttrice locale, con la quale stava lavorando una progetto di traduzione di testi religiosi. La scrittrice parla anche del figlio, che nel frattempo frequentava una scuola in Polonia e che è di supporto alla madre in quanto portatore di sensazioni e particolari che rimandano al colore bianco, è così che Kang comincia a scrivere il suo nuovo romanzo. Il libro bianco della futura Nobel per la Letteratura, dunque, nasce nella città del più grande regista polacco, Kieślowski, colui che in un altro paese ancora – la Francia – aveva indagato questo colore nel suo film.

Del resto il bianco di Kieślowski non è così diverso: il cielo nuvoloso e spento che ci accoglie nel film, gli interni dell’atrio del tribunale dove Karol perde l’amore della sua vita, Dominique, il candore seducente e allo stesso tempo macabro (potremmo dire… huyn?) della carnagione di quest’ultima. Il regista polacco ci fa capire fin da subito che la sua opera ha a che fare con la perdita di una persona cara e con il desiderio di ridare vita a un sogno dimenticato. Film bianco, sarebbe potuto essere Film huyn. Amore e odio, desiderio e rifiuto, emozioni profonde e sguardi impulsivi: questi sono gli ingredienti di entrambe le opere, in un percorso interiore dei protagonisti che cerca di conquistare l’anima di chi guarda o legge. Kang e Kieślowski non sono interessati a intrattenere lo spettatore, no, vogliono essere lo spettatore. Vogliono, anzi, che lo spettatore del film non guardi semplicemente la storia bianca di Karol, ma che diventi Karol e con lui scelga se accettare o meno la proposta di un connazionale polacco che vive in Francia e che prova a commissionargli un omicidio. Proprio nel momento in cui Karol ha perso la moglie (che ama ancora), non ha una casa ed è ricercato dalla polizia (per un reato che non ha commesso). Allo stesso modo Kang non chiede ai suoi lettori di leggere con distacco le descrizioni di un sasso bianco («se fosse stato possibile condensare il silenzio nell’oggetto più piccolo e duro del mondo, questo avrebbe trasmesso al tatto precisamente quella sensazione») o una zolletta di zucchero, macché, Kang vuole che gli occhi della sua protagonista diventino i nostri, che noi viviamo quel silenzio e il dolore riferito alla madre e alla sorella. E come il libro, anche il film si basa su un bianco huyn: il confine tra vita e morte è cruciale per l’amico polacco di Karol e lo stesso protagonista, nel finale, giocherà su morte e resurrezione per chiudere un cerchio.
Nel Libro bianco, infine, vengono descritti i “sorrisi bianchi”, cioè quelli in cui qualcuno si sforza di sorridere sopportando un peso in silenzio. Sono i sorrisi della donna coreana, sono i sorrisi di Karol, sono i sorrisi di Kieślowski, di Kang, dello spettatore che guarda il film, del lettore che legge il libro. Non è il sorriso finale di Dominique, nel film, che riempie di colore il vuoto, bianchissimo ovviamente, che aveva saputo colmare lo schermo nella sua interezza solo nell’atto dell’orgasmo. Ecco che cosa fanno Kang e Kieślowski con noi, ci trascinano in un viaggio psicologico e di riscatto, in cui è sempre ben presente il punto di partenza, mentre quello di arrivo è una speranza, da tratteggiare lungo le linee sempre più sfumate di un vuoto all’apparenza incolmabile. «Avevi un sorriso bianco, ricordi?».