VENETIAN BLUES
Attraversando le città di pianura
di Michele Bellantuono
Quando durante un’intervista ho sentito Pierpaolo Capovilla definire Le città di pianura di Francesco Sossai (in cui interpreta il personaggio Doriano) “un film gentile, come pochi”, ho capito immediatamente il senso di quella risposta. Sì, perché la gentilezza è alla base di tutto ciò verso cui il film ci indirizza, invitandoci a partecipare a questo on-the-road raccontato un po’ all’americana, accompagnato dai ritmi folk-country con tonalità blues (ma in salsa veneta) di Krano. La chimica tra i due protagonisti, Doriano e Carlobianchi, è un costante invito alla gentilezza e all’amicizia. Il film si apre con loro che si interrogano su un senso della vita universale, per poi dire che l’unico senso della vita è in fondo il loro, come spiegano al giovane Giulio, a quel punto già destinato a perdersi nelle città di pianura insieme a questi improvvisati compagni di viaggio.
Il viaggio di questi 2+1 personaggi è puramente circolare, senza meta, inutile. Sembra a tratti una sfida contro il tempo di un immaginario timer, che porta Carlobianchi e Doriano a vivere in un ciclo di perpetua fuga, che è fuga dal tempo, dallo stato di disagio che la società ha previsto per loro e, seguendo la scia di questa iperbole, dalla stessa morte. Che sia questo il senso dell’eterno rituale dell’ultima bevuta? Carlobianchi e Doriano sono le nostre guide in questo viaggio stralunato, si orientano in base alla loro volontà, spostandosi da un luogo all’altro costantemente (e noi, come Giulio, ci perdiamo con loro).
Lungi dall’essere un film astratto e surreale, sospeso in una malinconica bolla spazio-temporale come i personaggi dei film notturni di Jarmusch o Kaurismaki (come ha osservato lo stesso Capovilla, questo film ne evoca molto le atmosfere), Le città di pianura è in realtà ben collocato all’interno di un contesto geografico e storico. I nostri due protagonisti vivono correndo sul filo del baratro, ricordando con un sorriso beffardo di “quanto stavano da Dio negli anni ’90” e rievocando la grande crisi del 2008, il fallimento delle banche venete, la conseguente desolazione delle periferie delle province, il turismo di massa. Ciò lo rende un degno erede della tradizione della commedia all’italiana, tra i più alti frutti del nostro cinema. Forse il fascino che il film di Sossai ha suscitato in tutto il Paese è anche un segno che abbiamo estremamente bisogno di film “gentili” e onesti come questo, capaci di farci ridere delle nostre disgrazie…?

Oltre alla dimensione universale dell’amicizia, che esplora con grande umanità e spontaneità narrativa, Le città di pianura, già dal titolo, è decisamente anche un film spaziale, geografico. Si parla infatti di urbanizzazione e architettura ed è un film con costanti rimandi a concetti spaziali e in cui non mancano dettagli di mappe, costruzioni, paesaggi. A partire dalla mappa improvvisata del Veneto disegnata da Carlobianchi e Doriano, in cui semplici linee ricostruiscono in una buffa bozza la geografia della regione, da Venezia alle Dolomiti. La camera inquadra poi cartelli stradali, viadotti, segnali turistici, insegne di vecchie attività e osterie. È così che le città di pianura prendono forma e vita, in quello che è forse, come hanno notato in molti, uno dei ritratti più autentici del Veneto provinciale. Siamo qui fuori da ogni retorica narrativa, ma dentro una mitologia, un immaginario che parla un linguaggio universale, extra-regionale: il film di Sossai piace perché trasforma la periferia in un luogo di coesione e resistenza, realizzando una ballata sull’amicizia non certo pensata per essere apprezzata dai soli veneti.
E poi c’è lui: l’alcol. L’immancabile richiamo al concreto stereotipo del veneto bevitore e un simbolo di rassegnazione di fronte alla negatività del destino e a tutto ciò da cui i due protagonisti fuggono. Il fatto di “bere l’ultima”, così come è rappresentato nel film, oltre a essere un perfettamente funzionale motore narrativo, mi è sembrato in modo quasi commovente avere anche un che di magico, di rituale appunto. Sarà tutto una coincidenza o una fantasia, ma a una seconda visione del film non ho potuto non pensare ad alcuni simboli sparsi tra i fotogrammi. Soprattutto simboli temporali. La reiterazione alcolica è proprio il primo: l’ultima che non è mai l’ultima (e che dunque alimenta l’on-the-road, senza sosta). Oppure l’unione e la continuità dei due cerchi intrecciati, lasciati dal segno di vino di un bicchiere sul tavolo dell’osteria, o incisi per sempre nella parete della Tomba Brion. Lo stesso gelato che sciogliendosi cade sull’asfalto e viene travolto dall’auto, ultima inquadratura del film, sembra quasi una poetica immagine che rende visibili gli effetti del tempo e richiama la caducità della vita. Tutto ciò accompagnato dai brani di Krano, che traducono le immagini in musica nostalgica, spensierata, viva: va pian, va pian…
In queste città di pianura mi ci sono perso volentieri.