FESTIVAL – TORINO FILM FESTIVAL
Nine Months Reloaded
di Marina Fornasari
Il Torino Film Festival 2024, da sempre porto sicuro dei cultori duri e puri, sotto la nuova direzione di Giulio Base ha sensibilmente annacquato la sua aura di cinefilia raffinata, adottando la formula “meno film, meno sale, più star” con un inedito boom di visibilità su telegiornali, social e cellulari del pubblico più pop a caccia di selfie. Questa virata divistica si è esplicitata sin dalla serata inaugurale, che ha registrato il tutto esaurito con un fuoco di fila di star hollywoodiane del calibro di Angelina Jolie, Sharon Stone e Ron Howard.
Valorizzare la componente popolare dell’evento, senza perdere la sua identità di ricerca, è stato il compito che si è dato il nuovo Direttore, tra sezioni competitive (lungometraggi, documentari e corti) e non (Fuori concorso, Zibaldone e Retrospettiva Marlon Brando), anche se il nuovo segmento Zibaldone conteneva vari film visti e rivisti in tv, inseriti forse ad hoc per giustificare il pot-pourri delle undici star premiate con la Stella della Mole. Non pervenute invece le sezioni più pionieristiche Onde, After Hours, Le stanze di Rol, che avevano impreziosito le precedenti edizioni.

Tra tutti i film, l’unico che mi ha davvero incantata è stato Le Retour du Projectionniste dell’azero Orkhan Aghazadeh, vincitore del concorso documentari. La storia di un’improbabile amicizia tra un anziano ex proiezionista e un ragazzo, che si industriano, tra mille contrarietà dalle connotazioni kafkiane, di far rivivere il meraviglioso prodigio del cinema nel loro remoto villaggio azero, si dipana con la sublime semplicità della new wave iraniana. Il regista ha filmato lasciando che gli abitanti del villaggio interpretassero variazioni di se stessi in lunghe riprese e permettendo ai confini tra finzione e documentazione di sfumare, tra momenti toccanti e gag spassosissime.
Sono rimasta colpita dal numero spropositato di pellicole in cui la protagonista, per lo più giovanissima, single o in conflitto col partner, è incinta, in un loop di sintomi sgradevoli, momenti topici sul water a tu per tu con il test di gravidanza, ecografie, rottura delle acque, doglie e parto, in un caso perfino con impressionanti primi piani dal vivo. Solo nella sezione competitiva ne ho contate sei: per il calcolo delle probabilità, era dunque inevitabile che i premi principali venissero assegnati a tre film che parlano di maternità. Si tratta di Holy Rosita del belga Wannes Destoop, coronato miglior film, che verte sull’indomabile desiderio di maternità di una giovane donna con una lieve disabilità intellettiva e a cui la straordinaria presenza scenica dell’interprete principale, Daphne Agteb, dona commovente autenticità; di Vena della tedesca Chiara Fleischhacker; e di L’Aguille del tunisino Abdelhamid Bouchnack, che ha fatto incetta di riconoscimenti (miglior sceneggiatura e la maggior parte dei premi collaterali), incentrato su una coppia costretta a prendere una decisione difficile sul genere del proprio figlio intersessuale entro tre giorni dalla sua nascita. Ho apprezzato il rigore con cui è stata trattata questa spinosa tematica, poco frequentata dal cinema, e come il regista abbia reso palpabile attraverso la composizione delle inquadrature la distanza che il dilemma etico crea via via all’interno della coppia, scardinandone l’armonia.

Anche il tema della violenza sulle donne e sui minori, oltre a essere centrale nelle interviste a Jolie e Stone, compare in molti film, tra cui Nina, della spagnola Andrea Jaurrieta, un neo-western al femminile in cui la protagonista impugna per buona parte del tempo un fucile con cui bracca il suo antico stupratore, per portare a termine una vendetta pianificata da anni, con la stessa glaciale determinazione di La Sposa in nero di Truffaut. Oltre che una riflessione sulle ramificate implicazioni degli abusi sui minori, mi è parsa una liberatoria fantasia di vendetta contro il patriarcato.
Non sono mancate le pellicole critiche nei confronti dei regimi, tra cui Higher than Acidic Clouds, il film-saggio di Ali Asgari sulla memoria, l’immaginazione e i cieli tossici di Teheran, che trasforma i suoi arresti domiciliari in arte.
Passando alla consueta rubrica dei Razzie Awards, quest’anno non ho trovato nessuna pellicola che potesse ambire a pieno titolo al “riconoscimento”. In compenso il nuovo film di Maurizio Nichetti, Amiche mai, con litigiosa protagonista – come da titolo – la “strana coppia” Angela Finocchiaro e Serra Yilmaz, mi è parso scontato in ogni singolo snodo narrativo. E gli inserti delle due garrule content creators che, sul set, documentano con stories le turbolente riprese del film sembrano in parte un’intenzionale presa in giro delle nuove tecnologie e in parte un tentativo del revenant Nichetti di mettersi al passo coi tempi dopo un ventennio di assenza dagli schermi. Ah, quasi dimenticavo: il film si apre col parto di una mucca! Tirando le somme, posso dire che i film visionati mi hanno mediamente soddisfatta. Anche se un timore serpeggia tra i frequentatori storici del festival, categoria cui appartengo: che questa svolta glamour, rifuggita con convinzione dai direttori precedenti, si trasformi in una deriva “redcarpettara”, snaturando la fisionomia di una manifestazione che merita di rimanere – speriamo per molte edizioni ancora – il porto sicuro di sempre.