SOTTO L’EPIDERMIDE DELLA STORIA
La Llorona di Jayro Bustamante
di Riccardo Chiaramondia
Rappresentare traumi storici è una delle sfide più difficili per chi si appresta a realizzare un film, sia esso documentario o di fiction. In precedenti articoli ho provato a rispondere a quesiti sui limiti etici, su chi può realizzare certe opere e come. Questa volta, invece di tornare su di essi, preferisco proporre un esempio particolarmente virtuoso di film storico: La Llorona (2019) di Jayro Bustamante.
Tra il 1960 e il 1996 il Guatemala è stato teatro di una guerra civile avente agli opposti la dittatura militare instaurata con l’appoggio degli Stati Uniti e alcuni partiti rivoluzionari formati in larga parte da lavoratori, contadini e indigeni. Le violenze contro quest’ultimi, elemento ricorrente della storia del paese, si sono particolarmente intensificate negli anni Ottanta portando a un genocidio le cui stime parlano di oltre 40000 vittime di violazioni dei diritti umani, di cui la maggior parte esecuzioni arbitrarie. Un anno e mezzo fa, mentre mia moglie realizzava la sua tesi di laurea sull’utilizzo politico delle risorse alimentari di alcune comunità maya guatemalteche, ho realizzato per lei un approfondimento storico come background. Il problema più grande è stato trovare fonti attendibili: il governo guatemalteco post-guerra civile, anche se ufficialmente democratico, è stato spesso retto da generali attivi nel periodo del genocidio, la stampa è stata repressa e le violenze contro la popolazione indigena continuano, perpetuate anche con l’utilizzo della legge marziale. Ne La Llorona, Jayro Bustamante, mestizo cresciuto negli anni della guerra civile in un dipartimento quasi totalmente indigeno – Sololá – è riuscito a raccontare la situazione attuale e gli anni della guerra attraverso molteplici livelli narrativi. Incrocio tra un procedural e un horror, il film racconta del processo a un generale – basato sull’ex presidente Ríos Montt – condannato per genocidio, salvo essere il processo annullato dopo pochi giorni. Nella sua casa esso è tormentato dallo spirito della Llorona – nel folklore latino-americano una madre che piange per la perdita dei suoi figli – incarnato nel corpo di una domestica indigena.

Nel livello più epidermico del film vediamo la realtà dei processi farsa realizzati negli ultimi trent’anni, spesso terminanti con annullamenti per vizio di forma o condanne tardive per ex militari in età avanzata e prossimi alla morte. A essere particolarmente interessante, però, è come il dolore delle vittime non venga mai sovraesposto ed enfatizzato: la Llorona, senza quasi mai parlare, fa emergere episodi del suo passato attraverso gli amorevoli insegnamenti che impartisce alla nipote del generale – mestiza come il regista – mentre nelle immagini del processo la testimone ha il viso velato e non ci sono flashback che mostrano le torture raccontate. L’unica volta che viene rappresentato un evento cruento del passato della Llorona, la sua figura viene sostituita sullo schermo da quella della moglie del generale, bianca e sostenitrice delle idee del marito. La violenza storica in questo film non viene riproposta nelle immagini, chi ha vissuto quegli abusi non si trova a doverli rivivere come attore o rivederli su uno schermo. La Llorona è un film fatto da persone che hanno vissuto il periodo del genocidio maya, alcune di esse – come Rigoberta Menchú Tum, Nobel per la pace e promotrice del processo contro Ríos Montt – combattendo in prima persona, e che hanno avuto come interesse primario la rappresentazione rispettosa delle vittime. L’obiettivo de La Llorona, così come dei due precedenti film di Bustamante, è quello di raggiungere un pubblico più ampio possibile e sensibilizzare sulle continue violazioni dei diritti umani in Guatemala, senza, però, ricorrere ai metodi narrativi, spesso inutilmente enfatici e volti a una commozione di pancia, del cinema occidentale.
Oltre che una testimonianza, però, il film è anche una dichiarazione di resistenza e opposizione. Questo è evidente in due figure: la Llorona e la folla che nel corso del film si accampa fuori dalla villa del generale. Anche laddove la giustizia non è mai arrivata e gli abusi non sono terminati, la lotta continua. Nel primo caso è lo spirito del passato che ritorna ad assillare i colpevoli del genocidio che, anche se non presentano segni di pentimento, vedono i volti dei morti tornare a vita grazie alla memoria dei sopravvissuti. Nel secondo caso, la folla – i cui canti e le cui proteste sono sottofondo sonoro di ogni scena – è la nuova generazione la cui voce continua a farsi sentire nonostante le repressioni e le limitazioni alla libertà di stampa, il cui peggioramento nel 2019 – anno di uscita del film – è stato evidenziato sia da radio e giornali locali (Prensa Comunitaria, Radio Comunitaria Naköj), sia da organizzazioni internazionali (Amnesty e OHCHR). Quando la parola nei mezzi convenzionali viene tolta, il canto ininterrotto della folla fuori dalla villa è la risposta. La Llorona è quel canto.