PAURA E RISATE NEL VUOTO

L’incontro (im)possibile tra Alien e Chiedimi se sono felice

di Massimo Zanoni

Solitudine cosmica. Nel vuoto ognuno sente solo il battito del suo cuore. Tun tun, tun tun, tun tun. Fa paura. Fa paura la sensazione di essere vivi nel nulla assoluto. Nessun punto di riferimento, nessun confortevole approdo, nessuno a cui chiedere aiuto. È una situazione che tutti hanno vissuto nella loro vita, compresi il tenente Ellen Ripley (Alien, 1979) e Giovanni (Chiedimi se sono felice, 2000). I due sono separati da più che “semplice” spazio-tempo. Appartengono letteralmente a due mondi differenti: commedia e fantascienza, umorismo e horror, Milano e un pianeta sconosciuto. Eppure condividono qualcosa di immensamente umano: la sconfortante sensazione di sentirsi irrimediabilmente soli al mondo (universo) e di dover affrontare l’incubo dell’ignoto… almeno fino a quando non sopraggiunge il sonno, o il crio-sonno, in grado di mettere in stand by momentaneamente la vita e di lasciare lo spazio a sogni di luce e amicizia ancora possibili, sogni di una semplice vita alla deriva nel cosmo con un gatto soriano rosso. 

Ognuno ha i suoi demoni da affrontare: se per il tenente Ripley l’ignoto è acido e alieno, per Giovanni è il terrore di non riuscire a tornare ad avere una vita, una vita come si deve fatta di amicizie e piccole avventure quotidiane. Per la prima le cose si mettono male quando fanno la sua comparsa delle creature di un altro mondo, per il secondo quando il suo mondo va in pezzi. Dove si può trovare la pace? In quale mondo è possibile la tranquillità perduta?  Nell’intercapedine che si trova tra le due pellicole: il cinema. Il cinema che può essere spettacolare o ridicolo, allegorico o schietto, vietato ai minori o per tutta la famiglia. Al di là delle preferenze individuali, non credo si possa dubitare dell’onestà delle due pellicole quando ci raccontano che cosa può succedere alle persone quando si trovano di fronte prospettive sconosciute. Ognuno dei due personaggi prende quello che il destino ha in serbo senza lamentarsi, senza fare resistenza, che si tratti di uno xenomorfo assassino o di una vecchia amica tornata dal passato che alle cinque di mattina bussa alla porta. E anche noi spettatori siamo chiamati a tenere gli occhi aperti e a non chiudere il cervello di fronte all’uno o all’altro film perché d’autore o commerciale. In entrambi i casi siamo di fronte a una storia che vale la pena essere ascoltata, per allenare la nostra speranza di fronte all’incubo o per sperare intensamente in un lieto fine. 

Si può amare il cinema in tanti modi, ma di solito le strade che prendono le persone sono due: chi si vota anima e corpo alla contemplazione di capolavori che non finiranno mai di dire quello che hanno da dire (cit. Italo Calvino sui classici) e chi decide di prendere il cinema per mano, chiedendogli di poter trascorrere un bel pomeriggio o una serata spensierata, senza dover, appunto, pensare troppo, ma solo per provare amplificate quelle sensazioni standard che ci rendono umani. Prime fra tutte la tristezza e la gioia. 

Sono tante le persone che non vogliono considerare film più impegnativi dei capolavori di Leonardo Pieraccioni, per il semplice motivo che non gli interessa qualcosa che non possono capire, vogliono solamente vedere la vita che non hanno, provare emozioni conosciute, rodate e rassicuranti. Ma, dall’altra parte, sono tante anche coloro che non considerano i film commerciali perché non hanno abbastanza cose da dire, sono scontati, non hanno l’originalità necessaria per scomodare il mio tempo, ecc. Però, anche le storie scontate sono storie. E ascoltare storie è quello che ha permesso all’umanità di progredire. 

Ascoltare storie permette di scegliere da che parte stare, di capire come siamo e cosa ci piace, di approfondire la nostra comprensione del mondo anche attraverso la ripetizione continua degli stessi soggetti. Ogni volta qualcosa cambia. L’Iliade e l’Odissea non sono state scritte in un giorno. Fiumi di parole pronunciate da aedi e rapsodi diversi le hanno rese immortali, e anche loro hanno passato un periodo in cui “erano sempre la stessa storia”. 

Che sia uno xenomorfo mostruoso o il fantasma di una vita passata, il cinema ci prepara ad accogliere l’ignoto.