DENTRO LO SPAZIO, DENTRO DI NOI
Severance: due realtà, una mente e il confine che le separa
di Giada Valery Garcia Cedano
Immaginate di poter scindere la vostra identità in due: da una parte il vostro io del mondo sociale e dall’altra quello del mondo lavorativo. Due individui distinti, eppure sempre la stessa persona.
Se questa idea vi suona familiare e vi ricorda il plot del film The Substance, allora vi piacerà come questo scenario venga sviluppato in maniera del tutto originale nella serie Severance di Apple tv, creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller e Aoife McArdle.
Pur seguendo direzioni stilistiche e storie differenti, questi progetti creativi esplorano scenari distopici di manipolazione del corpo e della psiche, e lo fanno combinando una narrazione perturbante a una estetica tanto forte quanto raffinata.

Le loro colonne sonore entrano sotto pelle (tanto da non riuscire mai a skippare l’intro di Severance anche perché la grafica è un capolavoro): leggeri e taglienti tocchi di pianoforte per la serie, mentre il film si fa sentire con i suoi sintetizzatori pompanti e adrenalinici, creando così due prodotti difficili da scollarsi di dosso.
Ma quindi l’esistenza di due coscienze, due versioni di noi che non hanno memoria l’una dell’altra, quali conseguenze porterebbe alla nostra vita? Severance ci costringe a riflettere su queste domande e lo fa anche attraverso la scenografia curata da Jeremy Hindle, che rafforza e amplifica la sensazione di straniamento.
I nostri protagonisti, dipendenti della Lumon Industries, si sottopongono volontariamente all’intervento di scissione installando un chip cerebrale che li divide in due entità: l’innie, confinato alla scrivania del mondo lavorativo, e l’outie, che invece vive la vita personale al di fuori dell’azienda. Le due versioni condividono lo stesso corpo, ma non hanno memoria o accesso ai ricordi dell’altra.
Gli innie lavorano in ambienti liminali così lineari e rigorosi, asettici, illuminati da infiniti LED freddi e dominati da pareti bianche che richiamano il modello del White Cube teorizzato da Brian O’Doherty. Questa metodologia espositiva adottata in gallerie e musei neutralizza gli spazi e porta l’attenzione solamente sulle opere esposte, poiché ciò che conta è il contenuto e non il contenitore. In questo sistema gli elementi chiave sono infatti le pareti bianche, l’illuminazione artificiale e omogenea, l’annullamento di ogni distrazione per favorire la concentrazione e soprattutto la creazione di un ambiente che sia isolato dal resto del mondo e nel quale il tempo sembri sospeso, concretizzando un’idea di eternità.

In effetti, tutto ciò si rispecchia perfettamente anche negli uffici della Lumon.
Nell’immensità di queste aree candide e immacolate ogni giorno sembra non finire mai e l’ascensore è il mezzo che lo scenografo sceglie per comunicarlo: l’innie entra, le porte si chiudono, si riaprono subito e un nuovo giorno è già iniziato, senza aver mai percepito il passaggio del tempo.
L’arredamento, poi, è ridotto all’essenziale: quattro scrivanie disposte a raggiera, ciascuna con un computer e un divisorio, collocate al centro della stanza. Nulla di più.
L’unico tocco di colore lo troviamo nel pavimento verde erba, che potremmo considerare come un indicatore. Quello è il ‘territorio sicuro’, l’area già esplorata, paragonabile a ciò che accade in un videogioco.
Oltre l’ufficio poi si aprono infiniti corridoi che si dipanano come un labirinto… E in effetti cos’è la nostra mente se non un labirinto?
Non appena il nostro ‘giocatore’ entra nell’area grigia, nei territori ignoti, ecco che i corridoi si fanno bui e le luci flebili si attivano solo al passaggio. Questa è una metafora visiva per quello che l’innie non può o non deve sapere, simile ai confini invisibili del subconscio. La luminosità all’interno della Lumon sembra sgretolarsi con l’avanzare delle scoperte dei dipendenti e si contrasta con la realtà cupa e innaturale dei loro outie, intrappolati in esistenze vuote e artificiali. Sono circondati da ambienti monotoni, case anonime e tutte uguali, alcune delle quali richiamano la stessa inquietudine surreale delle atmosfere del film Vivarium.
Capiamo quindi che in Severance, lo spazio non è solo un contenitore, ma un riflesso dell’identità frammentata dei suoi personaggi. Il minimalismo lavorativo suggerisce controllo, ordine, repressione, mentre gli esterni sembrano una fuga rassicurante, ma si rivelano una prigione altrettanto claustrofobica. La serie ci ricorda che lo spazio in cui viviamo, lavoriamo e pensiamo influisce su chi siamo, più di quanto immaginiamo.
E dunque, se vi fosse data la possibilità, voi vi scindereste?