CINEMA HYGGE
Le sale cinematografiche in Danimarca
di Riccardo Chiaramondia
Sono anni ormai che scrivo su Filmese e ho sempre provato ad avere un approccio ad ampio respiro, concentrandomi sui diversi aspetti che compongono il nostro amato cinema, ma non mi sono mai soffermato su uno degli elementi fondamentali: il cinema come luogo. Penso che in queste pagine – noi che scriviamo e voi che leggete – siamo tutti d’accordo sul diverso valore di un film visto in sala, rispetto a uno visto sul computer in camera nostra, altrimenti non credo che saremo qua a mantenere viva una realtà come quella del Circolo. Sia chiaro, niente eccessi di retorica anti consumo privato di cui sono io stesso un grandissimo fruitore e – non avendo un televisore da anni – spesso su schermi di dimensioni ridotte. Il cinema, però, non è un luogo importante solo perché ci permette di godere di una maggiore qualità delle immagini e dei suoni o per il piacere di vivere un’esperienza collettiva, lo è anche per quello che ci può dire della società. Se i film, con alcune eccezioni, una volta distribuiti sono uguali in qualsiasi parte del mondo vengano proiettati, lo stesso non si può dire delle sale. In Italia, ad esempio, sappiamo bene cosa è stato l’avvento delle multisale, la difficoltà dei piccoli cinema nel periodo della conversione al digitale e di come questo abbia impattato negativamente sull’economia del settore mentre negli Stati Uniti, paese basato sulla contrapposizione di estremi, si trovano, (perlomeno per la mia esperienza) o sale commerciali con qualità audio-video eccezionale (forse troppo) e prezzi proibitivi o sale economiche dove può capitare che lo schermo sia talmente rovinato che il film abbia colori completamente alterati. E allora, su consiglio del nostro Francesco, in questo articolo mi vorrei soffermare sulle sale in Danimarca dove vivo da poco più di un anno.

La prima cosa da dire è che il mio rapporto con il luogo-cinema in Danimarca per molti mesi è stato, perlomeno da spettatore, inesistente. Se le spese di vita quotidiana (affitti, bollette, spesa) sono facilmente sostenibili anche da neoarrivato, lo stesso non si può dire per i divertimenti: questi senza un lavoro danese sono spesso proibitivi, nel caso dei biglietti cinematografici ci si aggira attorno ai 16€. La dottrina danese sugli stipendi, però, vuole che un cameriere (in questo momento io) e il più qualificato dei lavoratori abbiano diritto ad accedere allo stesso modo agli svaghi e a una vita tranquilla. Non importa quale sia la tua professione, una volta entrato nel mercato del lavoro al cinema ci puoi andare quando e quanto vuoi senza troppi pensieri. Aumentando il possibile bacino di pubblico non è un caso che le sale proliferino: in una città di medie dimensioni come Aarhus ci sono, tra catene e sale indipendenti, una decina di cinema, due festival, un’arena estiva all’aperto – che avendo il sole fino a quasi mezzanotte curiosamente non è mai al buio – e tanti proiezioni collaterali legate all’università. Questa grande quantità di cinema, inoltre, è probabilmente dovuta anche alle condizioni atmosferiche. Di inverno, infatti, con il freddo estremo, il vento tanto forte da non permetterti di camminare e le giornate quasi completamente buie, i luoghi di intrattenimento al chiuso sono necessari per portare la gente a uscire di casa, svolgere attività ricreative e ridurre gli effetti dell’isolamento causati dalle condizioni atmosferiche. Considerato quanto detto finora non sorprende che le sale – la cui qualità è molto elevata – hanno sempre una buona quantità di spettatori anche per titoli non di prima punta: non pensate ai posti sempre esauriti, ma nel peggiore dei casi le sale sono mezze piene.

Infine, a essere particolarmente significativa è la scelta dei titoli proiettati, sempre in lingua originale con sottotitoli: mentre le sale d’essai non presentano grandi differenze, con il continuo alternarsi di novità festivaliere o con una distribuzione limitata e di film maggiormente datati, a sorprendermi per due ragioni è la programmazione delle sale commerciali. La prima è la presenza quasi paritaria di film provenienti dal mercato estero e di film danesi. Non avendo ancora imparato la lingua non posso accedere a quest’ultimi, ma è interessante osservare la varietà di generi prodotti, spaziante dai teen drama ai war movie, dalle commedie agli horror. Non mi posso ancora esprimere sulla qualità, ma sicuramente è apprezzabile la varietà produttiva e la valorizzazione che ne viene fatta. La seconda, invece, è l’assimilazione nella distribuzione cinematografica del concetto di hygge (traducibile con comodità, sicurezza, accoglienza e familiarità), fortemente rappresentativo della quotidianità danese. I ritmi di vita in Danimarca sono placidi e rilassati, manca del tutto la frenesia a cui ero abituato in Italia e, anche a causa dei fattori climatici, tutto sembra ovattato. Le persone nelle strade camminano con calma, vedere qualcuno correre di fretta è una rarità. Gli orari lavorativi sono ridotti, gli straordinari sono visti – giustamente – come una cosa negativa e se una cosa non può essere fatta oggi non è un problema, si farà domani. Loro lo chiamano hygge, noi la chiamiamo vita lenta. Allo stesso modo i film passano con calma e rimangono in sala mesi con finestre distributive dilatate come – perlomeno in Italia – non è più da decenni. E così la locandina di It Ends With Us mi sta accompagnando da quattro mesi e anche se la continuo a ignorare – al punto di aver preferito una proiezione di Ricatto d’amore – probabilmente rimarrà nella mie memoria più di molti film che, invece, ho scelto di vedere.